Amore e la distruzione

The Lovers 1928 (Rene Magritte)

“Abbracciali tutti, tutto il giorno, raccattane i panni, lavane lo sputo nel lavandino, benedici le loro tracce terrene e l’odore dei panni sporchi, fallo in silenzio e con gratitudine: potrebbero portarti tutto via” (C.J.H). 

Non hanno uno sviluppo facile quelle relazioni che iniziano come la mia, simile a molte altre; una storia che è stata una scommessa allegra, un rimbalzo da un’altra molto più lunga e all’epoca più verosimile, forse una rivalsa. Prima una grande attrazione, la convinzione che tutto si accomoda per noi giusti. Poi una bruciatura che scarnifica, un rifiuto fisico dell’altro, un ribrezzo come da una sorsata assetata e generosa di latte rancido. Infine la solitudine vera, quella che si vive in mezzo a persone di cui non sappiamo niente, aldilà di quelle poche cose che costituiscono un’unione felice come una infelice.

Hai comprato il sale. Hai cambiato la lampada in camera. Ti hanno pagato. Mi puoi venire a prendere alle quattro. Lo porti tu. Io sparecchio, tu mettila a letto. Ho sonno. Quando arrivi. Giovedì c’è il pediatra. Già. Perché nel frattempo è arrivata una creatura, la vita, l’amore con la A maiuscola, la riprova che il divino esiste eccome.

Ci sono dolori così forti in una relazione senza amore, delusioni così cocenti che qualche volta sembra quasi di morire soffocati, perché le conseguenze dell’amore preso sottogamba sono quelle di una mina anti-anima. Si può imparare a convivere con una piccola pazzia, certo. Ma cosa ci succede quando investiamo tutto il nostro bagaglio di emozioni su una proiezione, quando scambiamo un’ombra per una persona, quando barattiamo umanità con fantasia? Cosa accade quando recitare una parte prende il sopravvento sui sentimenti più veri, sull’istinto, sulla vita stessa?

Ci siamo ammazzati di botte. Ci siamo annullati, allontanati, riavvicinati, odiati, traditi e ignorati per la maggior parte del tempo. In silenzio, dietro la porta, per non farci sentire da lei. Già. Lei. Che ha dettato il nostro futuro quando ancora non avevamo deciso di averne uno e che ci ha costretto a crescere nel dolore biblico, quello del vecchio testamento.

“Non possiamo lasciarci” ci siamo detti, “lei soffrirebbe troppo”. E non lo abbiamo fatto. A che prezzo. E poi ci si è scatenato il fato contro, la vendetta delle galassie contro questi due poveracci che avevano deciso di manovrare un amore che non c’era: incidenti, collassi, perdite, qualche morte, ancora dolore e paura. I peggiori anni della nostra vita. Ancora non so come siamo sopravvissuti. Ho sognato di morire, ero contenta.

Ho dovuto scusarmi con me stessa per avere creduto di potere dirigere cose, persone e la mia stessa vita, per avere pensato di essere un perno e non una porta: mi sono combinata qualche scherzo di quelli pesanti e l’unico sistema di lasciarmi quella tomba spalancata alle spalle è stato quello di accettare di buon grado che ero morta, che eravamo finiti, che quella tomba aspettava un corpo e quel corpo era il mio. Quei due ragazzi che si erano incontrati e amati troppo velocemente sono diventati polvere e, cercando di rianimarli, di tenerli in vita, abbiamo pestato i pedi, si vede, a tutte le anime maledette dell’universo.

Abbiamo smesso di picchiarci in silenzio.

La rivoluzione, non saprei come altro chiamarla, (forse miracolo è la parola giusta), è partita dall’ammissione che non sarebbe più stato amore, ma una comune corrispondenza di amorosi sensi verso quella bambina che ci ha ammaliato, come una Circe, e invischiato per sempre nei suoi occhi grandi. Non è una cosa possente che mi sia capitata una ragazza, una donna? Non è un miracolo che una donna sia venuta a insegnarci l’amore? Non ho mai creduto tanto al destino quanto oggi.

Ti faccio il caffè al mattino, cosa dici. Te lo porto a letto. Ho sempre voluto che qualcuno mi portasse la colazione in camera, allora lo faccio io per te. Ti lavo i panni, sbagli sempre lavaggio, mi hai distrutto tutte le camicie. Hahahahaha. Ok, dai. Proviamo a metterla a letto presto, hai voglia di parlare con me? Mi manca mio padre. Anche a me. Come stai? Dici come sto davvero o come sto? Sei bella con i jeans. Ho fatto la dieta. Non dicevo quello. Ma ho fatto tanta fatica! Mi hanno licenziato. E ora? E ora finalmente scappiamo in Messico.

Da nemici a coinquilini.

Ho scoperto che le donne fanno tutto. Si caricano il peso dell’umanità e lo trascinano su gambe sempre più secche e pance sempre più larghe col passare del tempo. Ho scoperto cosa c’è dietro il sorriso della Gioconda e di mia madre nello stesso momento: rassegnazione, non quella che si muore un giorno dopo l’altro, ma quella in cui ci si consegna all’amore e se ne prendono le conseguenze, incluso stasare nasi pieni di moccio, senza agitare i pugni in aria.

Beata chi non sbuffa.

Ho scoperto che anche gli uomini vivono i soliti brutti film in cui noi donne riponiamo aspettative senza radice nel futuro di coppia, una maschera grottesca di quello che un rapporto vero, vivo, è, una risoluzione a buon mercato per una vita senza direzione, un rifugio in cui coltivare malattia mentale. Se il maligno esiste, io credo che si annidi nell’immaginario collettivo di come funziona le coppia, con donne mai stanche e pettinate, con uomini ‘achillei’, quasi infrangibili e onniscienti, con anniversari fatti di borse di coccodrillo e penne sempre meno comode.

I soldi, quelli che non c’erano, ci hanno marcato a fuoco, come una secchiata di acido sulla faccia. Un giorno la gente rifiuterà di utilizzare alcuna valuta e ripossederà la propria umanità, noi purtroppo non l’abbiamo potuto fare. Ci siamo arrangiati, come tanti, finche la mia società ha iniziato a funzionare, finche’ qualcosa qui, qualcosa là, tutto si è messo pianino al suo posto. Ti va di uscire sul balcone stasera? Metto la candela, compro il vino e le sigarette. Si. Domani entro presto. Hai la certezza di svegliarti viva quindi. Hahahahaha. 

Finalmente, dopo sei anni insieme, ho conosciuto la persona cui ho augurato la morte violenta a più riprese. Quando puliamo la vasca fetida dei pesci, uno regge le bestie e l’altra elimina i residui. Io porto la piccola regina, lui la va a prendere. Lui la veste, io continuo a non avere gusto, io le insegno matematica. Ci ha regnato bene, le siamo riconoscenti.

Io tengo i conti e passo la lucidatrice, conosco i livelli di detersivo di ogni dispositivo e so esattamente quanto sta in tutti i conti correnti senza interrogare il database della banca. Lui compra la cioccolata qualche giorno prima che le mie ovaie mi ricordino che non sto facendo il mio dovere biologico, esce di casa se devo scrivere, mi compra vestitini di due taglie sotto facendo finta di avere pensato che li avrei potuti indossare comodamente e ama le mie sorelle.

Io amo, e questa è la notizia più bella di sempre. Io sono molto amata, ma questo – nonostante tutto – lo sapevo già.

133 Comments