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Juanita de Paola vita piccola

Siamo impazziti?

Juanita De Paola

Come genitore adulto che non sa cucinare e che non ha ancora capito come si aziona un detersivo spray senza rompere la linguetta, ho avuto il privilegio di una casa piena di bambini, prima, e di ragazzi oggi. L’avventura da signorina Rottermeier è iniziata a Londra, dove spesso altri genitori mi cedevano volentieri i figli per un fine settimana di idillio alcolico, ed è continuato in Italia con la mia immobilità estiva, tre mesi in cui stare al computer senza potermi allontanare dal wi-fi, una specie di totem, o spaventapasseri, informatico.

Fino dalla loro minuscola età abbiamo goduto di un rapporto paritario, di mutua sopravvivenza: fate quello che volete, ma niente boiate, se no vi rapo a zero. Alle dodici e mezzo in punto a tavola, al bar con le manine lavate. Penso alle note scritte del mattino su come lasciare pulita la camera e accettabile il vater, finite in battute senza tregua, e al sacro, inviolabile patto del dormire, giacché ho bisogno di almeno nove ore a notte per funzionare. Alle ronde notturne in punta di piedi, per vedere che fossero ancora vivi e lo stupore delle loro bellissime facce accese nella luce della luna. Curata da una figlia ingovernabile, una Mowgli con le dita dei piedi prensili e nessuna paura delle altezze, ho imparato nonostante la mia natura materna che le frasi non sudare o non ti fare male sono una patologia mentale degli adulti, allevatori di umani ansiosi e degenerati nel loro istinto più salutare.

Così a suon di merendine piene di grassi saturi e paste pronte nel microonde, molti sono diventati habitué delle mie case, familiari o affittate, e della mia posta elettronica, esecutori di letti straordinari, divulgatori di teorie gender ante-litteram e fini conoscitori di sociopolitica, salvo scivoloni nelle teorie complottiste e fissazione sull’aloe. Frequentando nani scatenati ho anche scoperto Musical.ly e poi suo nipote, TikTok. ‘Ma che è questa roba, ballano?’ ho chiesto le prime volte, per essere redarguita da una bambina che, dopo avere finito tutto il parmigiano che avevo, mi ha risposto che gli uomini ballano, assieme, per esprimere emozioni che la bocca non sa dire, che l’hanno sempre fatto – dall’alto dei suoi otto anni.

Anno dopo anno, con parole sempre più forbite e idee sempre più organiche, ogni tanto mi scrivono o passano a trovare, con le loro evoluzioni in tasca. I ragazzi si sentono circondati da sordi egocentrici, ed è difficile difendere una generazione di freak appassionati di Amazon e ipermercati di domenica, quieti giocatori di schedine, invidiosi, ammiratori dei poteri forti, fanciulli che hanno perso il senso del gioco e si sono trovati vecchi, senza maturare. Naturalmente, eccezioni ci sono, come sempre è stato e sarà.

Ultimamente discutiamo molto di natura, di come l’unico futuro possibile sia quello integrato e felice di chi vive come un fungo nel bosco ma paga le tasse, perché la comunità è tutto, se no si diventa alienati, pazzi. Appassionati di educazione civica alla loro maniera, li semino appena possibile d’estate per fumare una sigaretta in santa pace senza l’ansia di avere sottomano un contenitore apposito per rifiuti differenziati, o per usare parolacce divertenti che oggi non vanno più di moda e che capisco essere stigmatiche, ma mi fanno sempre molto ridere, e cosa ci posso fare.

Pensavo a questo stamani mentre col fidato portatile scaricavo dati da analizzare in tabelle comparative (such fun) dentro un bar, mentre assorbivo gli attentati verbali di un povero scemo alle cameriere, fra doppi sensi senza risa e decine, centinaia di parole senza scopo. Era come assistere ad una colite che ha sbagliato strada, un’aerofagia scappata su, per le corde vocali, e poi ancora su verso la bocca, con buona pace degli altri orifizi. Le ragazze, vessate tutta la mattinata da clienti sempre più rompicoglioni, facevano del loro meglio, rimanendo sorridenti davanti ad un tentativo sordido di pagare meno denunciando mezza consumazione, alle lamentele generiche di nature svariate, alle battute da Drive-in, ai frettolosi che escono dalla messa e poi, evidentemente, devono correre a Maranello con le brioches, ai villani tout-court, che partono con ‘mi dai’. Una pizza in faccia, ti darei.

Pensavo alla freschezza vitale di tutti noi, prima di diventare monumenti all’idiozia umana, una volta che ci sia convinti di essere arrivati, una volta che si sia rinunciato a dare un peso alle nostre parole e queste siano diventate aria con cui riempire cornamuse di discorsi. Le parole, invece, sono l’essenza stessa dello stare assieme ed il veicolo del nostro pensiero, al punto da modificare persino il modo in cui il nostro cervello interagisce con noi: il cervello sa riconoscere la melodia del linguaggio ed esiste un’ipotesi, della relatività linguistica, che afferma che lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla (Ipotesi di Sapir-Whorf) – l’ho ascoltato su YouTube, in una notte difficile, in cui cercavo di rimanere sana.

Pensavo ai nostri tempi, in cui chi paga ha comunque ragione, come se il denaro fosse un token e la vita un parco divertimenti suddiviso in saltimbanchi e avventori, e mi chiedevo se, finalmente, siamo diventati tutti pazzi. La pazzia, che è alterazione, permanente o temporanea, delle facoltà mentali, ci ha preso e ora siamo fra le onde senza il timone dell’ascolto, dello stupore. Pensavo ai ragazzi che mi riempiono la vita con le loro frittate di mezzanotte e le loro canzoni inascoltabili, ai bambini cui lasciamo un mondo zozzo e sordo, e a come il sudore, i graffi e la natura sono l’ultimo spiraglio di futuro che ci rimane.

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Tutti fuorché me

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Porto la piccina a scuola. Scelgo il percorso lungo il fiume perchè quello dietro la casa è più corto ma non ha nessuna attrattiva, oltretutto c’è da attraversare il ponte della ferrovia e lassù ci sono sempre dieci gradi meno che in Svezia. Non parliamo, perchè io mi aspetto da lei una comunicazione di tenore adulto che lei non può conoscere e lei vorrebbe che io corressi e saltassi e facessi cose strane, come lei. Quindi ci diamo la mano e la strizziamo a intervalli abbastanza regolari, credo che entrambe pensiamo che ogni pressione vale un ti voglio bene, da parte sua, o un ti ringrazio, da parte mia. 

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Attualità comparata.

juanita

Entro nel Vaticano della mia personale religione: la cucina con il forno acceso. Ci ho sistemato dentro un pane lunghissimo e privo di consistenza che non mangerò, ma che come un ambipur diffonde aromi sani, buoni. Positivi. E’ tempo di non bere, di lasciare i vini migliori a quando spunteranno fiorellini e frutti, di fare fioretto. La baguette sta nel forno d’acciaio ricco, tiro fuori il burro e il sale. Stracchino. Pesto aperto. Cucchiaino di maionese. Due ravioli freschi non cotti. Apro la schiacciatina secca che scrocchiola e giro la prima pagina di Gente, probabilmente il migliore peggiore giornale di sempre.

Posso sedermi solo lontana dalla porta, perchè sdraio le gambe quando mi siedo e tutti ci inciampano. Il cane si appropinqua: ci odiamo con amore, lui dorme solo accanto a me per il gusto di russarmi accanto, di disturbarmi, mentre io lo nutro più del dovuto solo per farlo diventare obeso. Un pò come nelle famiglie vere, dove l’amore certe volte ti avvelena e dove le botte nel sedere fanno meglio delle carezze, anche io e l’orrenda creatura spelacchiata abbiamo stabilito un patto di convivenza dove non ci rompiamo gli zebedei.

Le cose più belle ci arrivano dalla stanchezza, le più brutte dall’insofferenza: è incredibile che io possa amare ed essere così irritata allo stesso tempo dalla piccola, che non sta mai zitta. Non so leggere mentre preparo da mangiare mentre apparecchio mentre ascolto, quindi devo mettere da parte il giornaletto e correre. Questo itinerario demente tocca alle mamme, ripenso alla mia e mi chiedo come abbia fatto con tre di queste a sopravvivere alla famiglia: ascolta il bisogno, rispondi, soddisfa, ascolta il nuovo bisogno, rispondi, soddisfa. Nel frattempo ricordati della bioraria. E chiudi le finestre quando è buio. Operazioni manuali, ripetute all’infinito, che mi tolgono il bianco dagli occhi.

Facciamo festa, dico alla piccola donna. Non posso essere quella che sta col muso di Venerdì. Cosa vuoi fare, piccola? – Si è spaccata il labbro stasera, saltando su Winnie The Pooh gonfiabile, una specie di seggiola sotto vuoto e pelosa: è rimbalzata ed è cascata di faccia. Poi ha rovesciato lo yogurt, tutto, per pulirsi la bocca. Poi ha bevuto la Fanta dalla bottiglietta, si è ingozzata, ha fatto il verso del vomito e ha sputato tutto in terra: ho dato il cencio. Dò il cencio, spesso. Le ho messo il ghiaccio, poi le ho dato il gelato tanto avevamo anche la scusa, e abbiamo parlato. Ho ascoltato più che altro, i bambini perdono interesse velocemente. “Voglio addormentarmi con te alla televisione”. Non le è permesso, mai, ma stasera sì.

Domani sarà il giornalaio, il caffè caldo con due brioches: quella alla crema e quella ai mirtilli, che questa secchissima creatura si mangia ogni mattina. Con i quotidiani, il cane, il pane fresco e i tacchi altissimi arriveremo al nostro tavolino del bar giallo con le cameriere gentili. Passeremo davanti alle case delle persone che vediamo da trentanni senza condividerci niente e le saluteremo con la stessa felicità. Mi diranno che la bambina è cresciuta, diremo loro Buongiorno Signora tutte impettite e con la faccia in su, se no non si sente e non si vede.

Poi parleremo di Sofia, di Letizia, di Alessia, Andrea, Gaia, le maestre e i segreti che non si possono dire – a quegli altri. Rideremo delle solite cose, mi arrabbierò perchè vuole l’estathea freddo gelato e fa male al pancino. Vivo nell’oblio di una gioia espansa, costante, pregando che duri così senza scossoni. Penso alla mamma delle bambine e a quella dei bambini bruciati nel campo, e mi chiedo di nuovo come si faccia a non avere un bottone che, in quei casi, ci possa far spengere subito. Senza ulteriore dolore.