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Un certo peso.

Qualche anno fa sono stata invitata a valutare un immobile di grande pregio, con parco, con statue, con vigne, con piscina di acqua di mare a sfioro, con l’elicottero parcheggiato, con le torri romantiche, con il sono system nel parco, insomma con tutto quello che uno si aspetta nella magione di un milionario che è partito da niente. L’oggetto più interessante era sicuramente il figlio, mio coetaneo, che avrei valutato più approfonditamente senza nemmeno ricaricare la mia famosa parcella oraria. Avevo appena sgravato, con un peso corporeo specifico di ottantasei chili. Ne avevo persi solo sei durante il parto: avevo approfittato dei nove mesi per rifarmi di tutte le tagliatelle mai mangiate prima, per ingozzarmi di gelato e per bere litri di coca cola. Ricordo ancora con grande gioia l’ingollare tutto, sempre, senza problemi.

Dopo un’ispezione accurata ci eravamo seduti, ci avevano dato vino bianco fresco e succhi di frutta. Per non fare vedere le braccia come cosce e le cosce come alberi ero vestita come a febbraio, con uno sciarpino che coprisse il doppio mento. Il giovane coetaneo, invece, era in magliettina bianca fina fina e jeans accomodati su terga strepitose. C’erano anche i suoi dodici figli biondi e, dopo poco, la ninfa che aveva sottratto al suo habitat naturale e sposato. La valutazione era finita nel sangue, come al solito, e non se ne era fatto di nulla – la magra consolazione è che il castello è ancora lì, e che forse avevo ragione a dire che dentro di sè, loro non lo volevano vendere per niente. Mi ero alzata sperando di vanificarmi, eppure come un pachiderma ero rimasta, fisica, ad occupare uno spazio di ottanta chili circa. Il giovane figlio mi aveva accompagnato, così come si fa con le vecchie senza denti, e aperto lo sportello della macchina. Ero sparita, purtroppo non del tutto.

Qualche mese dopo ci eravamo risentiti, il giovane aveva preso le redini di un carro che non aveva assolutamente bisogno di essere guidato e voleva che ci mettessimo in affari insieme: ero piaciuta. Daltronde donne di stazza chilometrica e con figli sono statisticamente un jolly da assumere perchè non comportano complicazioni come storiacce sul lavoro e in genere: solide di caviglia, solide di morale. Ci eravamo rivisti, a quel punto io navigavo sempre nella settantina di chili – e mi sembra straordinario ricordarmi il mio peso giorno per giorno ma dimenticare i nomi delle persone: che cos’è, una sindrome? Voleva un ufficio assieme, avevamo vagliato qualche posto, poi era sparito.

Qualche anno dopo ci siamo sentiti ancora, mi aveva invitato. Sarei dovuta andare al castello, per celebrare il suo nuovo accoppiamento con la donna cerbiatto, un esemplare di caratura ancora superiore al precedente, di circa ventidue anni. Mi avevano spedito le foto, lui ci teneva al fatto che io, e molti altri probabilmente, vedessimo quale popò di femmina si era accaparrato. Avevo declinato perchè non ho nulla da mettere in queste situazioni e perchè avrei passato la sera a piangere, a pensare a quanto sono inadeguata, a vergognarmi perchè non so attaccare discorso se non riguarda il lavoro o un passato comune.

Oggi navigo nella sessantina (chili e anni interiori). Di tanto in tanto vado su internet a cercare le foto del giovane uomo che anni fa incontrai nel castello e davanti al quale agitai due chiappe improponibili. Mastodontiche. Lo ritrovo con la cerbiatta, su qualche rivista, in qualche flickr, su Getty Images. Cerco lei, prima di tutto, perchè le forme del suo volto sono perfette e io spero che un giorno, a forza di guardarle, mi capitino pure a me. Lui ora ha i capelli striati di grigio e il naso rosso di chi ha sbevazzato un pochino troppo e veste di bianco sempre, o forse tutte le foto sono di Saint Tropez. Forse vivono a Saint Tropez, in piscina, con un sacco di gente vestita da gladiatori – quella foto lì non l’ho capita bene. Spero che lui mi chiami fra dieci anni, per allora sarò nella cinquantina, sia esterna che interna.

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Pùm.

Ci metto un minuto a ritrovarmi lì dove mi hai lasciato. Ritengo questo un privilegio, un errore magnifico del mio cervello e un dono per questa vita qui, quella da Juanita che lavora come un calvinista ma pensa come un messicano obeso. In questo turno mi è stato affidato un corpo tutto sommato gradevole ed una faccia espressiva, purchè io non sia accigliata e allora sembro mio padre con un mocio in testa – mio padre è un bell’uomo, ma non è punto una bella donna. Quindi io sono sempre qui, me ne accorgo perchè quando ti rivedo te sei diverso e io sono quella di prima. Per farti un esempio: se tu mi chiedessi qual è la scultura più bella d’Italia come facevi di notte davanti alla chiesa in piazza, quando mi guardavi ed ero abbastanza per tutto o per niente, io ti risponderei senza esitare “Emicrania”, che è quella statua al Galluzzo sotto la quale io e te abbiamo cantato (?) e suonato tutta la musica possibile. Tu, non te la ricordi, io lo so. Ogni tanto la chiamavamo “Lunedì”. Ci vediamo all’Emicrania.

E io arrivavo coi tacchi, ci mancherebbe altro, sull’asfalto malefico fiorentino – che non mi è mai appartenuto – con un cappello a tesa larga per farmi notare il più possibile. (E il poncio d’Inverno). E il vestitino bianco d’estate, quello con le maniche  a sbuffo appena accennato – Mezza Pinta dice, mamma quelle sono eleganti, non quelle corte. Cambiati mamma. Poi ci dirigevamo in una direzione pericolosa, che non avremmo dovuto camminare, e si rideva come pazzi – ma di cosa poi. Ma l’eccitazione, la gioia pura, quello io ce l’ho scritto ancora qui: eravamo il popolo eletto, i due che avrebbero ricreato il genere umano partendo dalla citronella. Non è successo, ci siamo ritirati tutti e due senza infierire, senza inventare: basta così? Basta così. Si può dire di tutto, ma non che si sia stati pavidi, o volgari. Noi con lo schiocco di un dito ci siamo annoiati e dimenticati.

Non avrebbe resistito quella cosa ad una routine di tre per due, fidaty card, iscriviamo la bimba qui, no lì, no cattolica, no stilita. Quella cosa, a dire la verità, non avrebbe nemmeno dovuto varcare la cucina: per continuare avremmo dovuto comprare un attico mansarda senza aree comuni, con una vasca coi piedini e molto spazio balcone con le piante sconnesse, disordinate: solo un popolo geniale come quello inglese poteva inventare un giardino che si bea della sua sporcizia. Non saresti piaciuto a mio padre, questo te lo posso sottoscrivere, per via della tua abitudine a vestirti come una checca – pare che questo sia un tratto per me attrattivo.

Insomma ti sposi. Insomma ti sposti. Torni nelle materne terre mallevadrici, nella bifamiliare rosa. Mamma sotto e te sopra, così come nei di lei sogni reconditi. Si somigliano un pochino le due, parecchio a dire la verità ma te ne accorgerai a breve, non ora che sei ancora accecato dall’idea che sia possibile cominciare da zero dopo i dodici anni. E che male c’è? Nessuno. Solo che te non ricordi, che una sera, sotto “Lunedì” io e te, con la chitarra in mano, abbiamo guardato due disgraziati passare ed essere brutti, con lui che blandiva la belva feroce che aveva al fianco – e più lui guardava in giù, e più lei sibilava come un’aragosta nell’acqua. E tu mi hai detto “se divento come quello sparami”. Eccomi. Pùm.

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Arietta pettegola.

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E’ andato tutto bene, stiamo tutti bene: un successo. Questa settimana nessuno si è rapito mia figlia per smembrarla in qualche campetto, l’Inglese non guida quindi non ha fatto incidenti, i miei genitori sono in salute e le mie sorelle una è al mare e una sta varando qualche campo, qualche iniziativa. Lo strozzino che mi è venuto a fare visita tramite segnalazione di un amico comune, che da ieri più amico non è, deve avere capito l’antifona e non si è fatto rivedere: per levarmi quella sensazione di unto di dosso mi ci sono volute quarantotto ore. Oppure, di nuovo, sono stata fortunata, e ha deciso di mirare a qualcunaltro. Ho saltato due giorni di ginnastica perchè ho una febbriciattola da stanchezza e cimurro starnutante, irritante, che mi gonfia gli occhi e restringe la testa.

Non ho implicazioni in appalti e non ho mai versato una mazzetta, quindi questo fine settimana non suderò freddo a pensare a quell’affare, a quelle tracce, a quell’avviso di garanzia. Non ho nemmeno uno yacht con licenza off-shore per portarci i miei amici nei venti metri che separano il molo dalla torre di comando, quindi non mi devo preoccupare di cosa farne a febbraio o della pensione dello skipper. Divido la macchina, car-share si chiama, ma ho rinunciato alla quota maggioritaria così non devo parcheggiare, così non devo richiedere il permesso. Vado in treno dappertutto e quando c’è ritardo faccio un sacco di amicizie. Oppure piango di rabbia. Mangio un toast a pranzo da anni, mille, e bevo solo vino buono dopo le sette e mezzo, perchè quell’arietta sonnolenta, pacificata, mi garba portarmela nei sogni.

Non ho cene importanti, a parte una a fine Luglio che mi dà un’ansia terribile, ma ho promesso all’Inglese: ci sarò. Non accetto inviti dai clienti o dai fornitori, per non dovere anche solo una volta mediare un giudizio ragionato. Non sono nel giro dei compleanni dei bambini chic, perchè i loro genitori arraffazzonano feste dove nessuno può smaialarsi in terra, e che gusto c’è ad essere bambini e a dover stare impediti sul parquet – quindi non ho un calendario serrato di regalini appariscenti da fare per queste magnifiche creature, i piccoli, che non sanno nemmeno cos’è un tallone o dove sta l’anima, che carichiamo di significati simbolici per poi stupirci che rubino per divertimento.

Non frequento le SPA, ma solo perchè mi sento brutta in accappatoio. Non frequento le spiaggie, ma solo perchè sono brutta in costume. Le due privazioni comportano che la depilazione di cera non stia fra le mie priorità quindicinali bensì una opzione annuale per quando ho desiderio di punirmi. E comunque la zona fronte retro non si tocca, ma siamo matti, non mi devo mica appiccicare ad un palo coperta d’olio e ballare a gambe aperte la lap. Non che non mi piacerebbe una volta, ma non riesco a toccarmi le caviglie quando sono in piedi.

Non ho un amico cui devo molti favori, quindi posso sempre dire mi dispiace, oggi non è giornata, lasciami dormire a chiunque. Non ho un ombrellone particolare dove voglio essere sistemata, anzi vicino al bar mi sta bene perchè ho sempre sete di acqua fresca frizzante, sudo moltissimo, quindi posso arrivare al mattino e prenotare un posto, a caso. Mi piace camminare, quindi la ztl cittadina del mio paesello, con l’ipotesi di poter fare camminare mia figlia senza che qualcuno me la falci, mi sembra una cosa straordinaria. Non ho la carta centurion e nemmeno la platinum, perchè Mentore numero due mi ha insegnato che al mattino bisogna sapere quanto si deve spendere, compresi gli imprevisti, e quello va portato dietro in moneta. Quindi non accumulo punti, non compilo questionari, non pago qualcuno perchè paghi qualcunaltro per darmi consigli se faccio i capricci. Meglio non fare le bizze e tenerli per una buona cena, con buon vino e buona compagnia.

Non sopporto i cocainomani, che si trascinano dietro ansie e billi ritti per i motivi sbagliati, quindi difficilmente mi invitano alle feste. Da un lato mi dispiace, dall’altro mi solleva dal dover comprare un vestitino estivo, che non so scegliere – l’Inglese dice che non saprei vestire un asino morto. Non so abbinare scarpe e vestiti. Mi metto quello che mi fa felice al mattino, cercando di rimanere rispettosa delle persone che ho attorno – non indosso il tutù quando sono felicissima. Non vado in palestra ma mi piace correre a piedi nudi.

Quindi hai ragione a dire che sono una povera imbecille, una contadina. Una che ha salito lo scalino. Una con i capelli crespi e il culo troppo grosso (largo, dici). Una che ma poi che vuoi che faccia al lavoro, guarda con che macchina di m** gira. Hai ragione a dire che sono una qualunque, anche perchè sono in ottima compagnia: conosco almeno venti persone che potrebbero più o meno stare in questa descrizione. Lascia che ti dica chi sono, queste persone: fanno spesso all’amore col marito o con la moglie – non con altri. Non stanno molto bene con un vestito da sera: vero. Ma vestono gli occhi di sorrisi. Hanno quanti figli rientrano nella famiglia senza tate a tempo pieno. Vanno al mare di martedì mattina e hanno sempre il divano impegnato da qualche amico che passa di lì. Invece di raccogliere fondi per il cancro fanno in modo che i dipendenti mangino bene, che siano ben pagati. Io non ti disprezzo anche se viviamo in mondi diversi, tu cerca di smettere di scrivere quelle cose – sei così pettegola, così cattiva. Eppure (di materiale) non ti manca nulla.

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Attualità comparata.

juanita

Entro nel Vaticano della mia personale religione: la cucina con il forno acceso. Ci ho sistemato dentro un pane lunghissimo e privo di consistenza che non mangerò, ma che come un ambipur diffonde aromi sani, buoni. Positivi. E’ tempo di non bere, di lasciare i vini migliori a quando spunteranno fiorellini e frutti, di fare fioretto. La baguette sta nel forno d’acciaio ricco, tiro fuori il burro e il sale. Stracchino. Pesto aperto. Cucchiaino di maionese. Due ravioli freschi non cotti. Apro la schiacciatina secca che scrocchiola e giro la prima pagina di Gente, probabilmente il migliore peggiore giornale di sempre.

Posso sedermi solo lontana dalla porta, perchè sdraio le gambe quando mi siedo e tutti ci inciampano. Il cane si appropinqua: ci odiamo con amore, lui dorme solo accanto a me per il gusto di russarmi accanto, di disturbarmi, mentre io lo nutro più del dovuto solo per farlo diventare obeso. Un pò come nelle famiglie vere, dove l’amore certe volte ti avvelena e dove le botte nel sedere fanno meglio delle carezze, anche io e l’orrenda creatura spelacchiata abbiamo stabilito un patto di convivenza dove non ci rompiamo gli zebedei.

Le cose più belle ci arrivano dalla stanchezza, le più brutte dall’insofferenza: è incredibile che io possa amare ed essere così irritata allo stesso tempo dalla piccola, che non sta mai zitta. Non so leggere mentre preparo da mangiare mentre apparecchio mentre ascolto, quindi devo mettere da parte il giornaletto e correre. Questo itinerario demente tocca alle mamme, ripenso alla mia e mi chiedo come abbia fatto con tre di queste a sopravvivere alla famiglia: ascolta il bisogno, rispondi, soddisfa, ascolta il nuovo bisogno, rispondi, soddisfa. Nel frattempo ricordati della bioraria. E chiudi le finestre quando è buio. Operazioni manuali, ripetute all’infinito, che mi tolgono il bianco dagli occhi.

Facciamo festa, dico alla piccola donna. Non posso essere quella che sta col muso di Venerdì. Cosa vuoi fare, piccola? – Si è spaccata il labbro stasera, saltando su Winnie The Pooh gonfiabile, una specie di seggiola sotto vuoto e pelosa: è rimbalzata ed è cascata di faccia. Poi ha rovesciato lo yogurt, tutto, per pulirsi la bocca. Poi ha bevuto la Fanta dalla bottiglietta, si è ingozzata, ha fatto il verso del vomito e ha sputato tutto in terra: ho dato il cencio. Dò il cencio, spesso. Le ho messo il ghiaccio, poi le ho dato il gelato tanto avevamo anche la scusa, e abbiamo parlato. Ho ascoltato più che altro, i bambini perdono interesse velocemente. “Voglio addormentarmi con te alla televisione”. Non le è permesso, mai, ma stasera sì.

Domani sarà il giornalaio, il caffè caldo con due brioches: quella alla crema e quella ai mirtilli, che questa secchissima creatura si mangia ogni mattina. Con i quotidiani, il cane, il pane fresco e i tacchi altissimi arriveremo al nostro tavolino del bar giallo con le cameriere gentili. Passeremo davanti alle case delle persone che vediamo da trentanni senza condividerci niente e le saluteremo con la stessa felicità. Mi diranno che la bambina è cresciuta, diremo loro Buongiorno Signora tutte impettite e con la faccia in su, se no non si sente e non si vede.

Poi parleremo di Sofia, di Letizia, di Alessia, Andrea, Gaia, le maestre e i segreti che non si possono dire – a quegli altri. Rideremo delle solite cose, mi arrabbierò perchè vuole l’estathea freddo gelato e fa male al pancino. Vivo nell’oblio di una gioia espansa, costante, pregando che duri così senza scossoni. Penso alla mamma delle bambine e a quella dei bambini bruciati nel campo, e mi chiedo di nuovo come si faccia a non avere un bottone che, in quei casi, ci possa far spengere subito. Senza ulteriore dolore.