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Pùm.

Ci metto un minuto a ritrovarmi lì dove mi hai lasciato. Ritengo questo un privilegio, un errore magnifico del mio cervello e un dono per questa vita qui, quella da Juanita che lavora come un calvinista ma pensa come un messicano obeso. In questo turno mi è stato affidato un corpo tutto sommato gradevole ed una faccia espressiva, purchè io non sia accigliata e allora sembro mio padre con un mocio in testa – mio padre è un bell’uomo, ma non è punto una bella donna. Quindi io sono sempre qui, me ne accorgo perchè quando ti rivedo te sei diverso e io sono quella di prima. Per farti un esempio: se tu mi chiedessi qual è la scultura più bella d’Italia come facevi di notte davanti alla chiesa in piazza, quando mi guardavi ed ero abbastanza per tutto o per niente, io ti risponderei senza esitare “Emicrania”, che è quella statua al Galluzzo sotto la quale io e te abbiamo cantato (?) e suonato tutta la musica possibile. Tu, non te la ricordi, io lo so. Ogni tanto la chiamavamo “Lunedì”. Ci vediamo all’Emicrania.

E io arrivavo coi tacchi, ci mancherebbe altro, sull’asfalto malefico fiorentino – che non mi è mai appartenuto – con un cappello a tesa larga per farmi notare il più possibile. (E il poncio d’Inverno). E il vestitino bianco d’estate, quello con le maniche  a sbuffo appena accennato – Mezza Pinta dice, mamma quelle sono eleganti, non quelle corte. Cambiati mamma. Poi ci dirigevamo in una direzione pericolosa, che non avremmo dovuto camminare, e si rideva come pazzi – ma di cosa poi. Ma l’eccitazione, la gioia pura, quello io ce l’ho scritto ancora qui: eravamo il popolo eletto, i due che avrebbero ricreato il genere umano partendo dalla citronella. Non è successo, ci siamo ritirati tutti e due senza infierire, senza inventare: basta così? Basta così. Si può dire di tutto, ma non che si sia stati pavidi, o volgari. Noi con lo schiocco di un dito ci siamo annoiati e dimenticati.

Non avrebbe resistito quella cosa ad una routine di tre per due, fidaty card, iscriviamo la bimba qui, no lì, no cattolica, no stilita. Quella cosa, a dire la verità, non avrebbe nemmeno dovuto varcare la cucina: per continuare avremmo dovuto comprare un attico mansarda senza aree comuni, con una vasca coi piedini e molto spazio balcone con le piante sconnesse, disordinate: solo un popolo geniale come quello inglese poteva inventare un giardino che si bea della sua sporcizia. Non saresti piaciuto a mio padre, questo te lo posso sottoscrivere, per via della tua abitudine a vestirti come una checca – pare che questo sia un tratto per me attrattivo.

Insomma ti sposi. Insomma ti sposti. Torni nelle materne terre mallevadrici, nella bifamiliare rosa. Mamma sotto e te sopra, così come nei di lei sogni reconditi. Si somigliano un pochino le due, parecchio a dire la verità ma te ne accorgerai a breve, non ora che sei ancora accecato dall’idea che sia possibile cominciare da zero dopo i dodici anni. E che male c’è? Nessuno. Solo che te non ricordi, che una sera, sotto “Lunedì” io e te, con la chitarra in mano, abbiamo guardato due disgraziati passare ed essere brutti, con lui che blandiva la belva feroce che aveva al fianco – e più lui guardava in giù, e più lei sibilava come un’aragosta nell’acqua. E tu mi hai detto “se divento come quello sparami”. Eccomi. Pùm.

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Juanita de Paola vita piccola women

Arietta pettegola.

juany

E’ andato tutto bene, stiamo tutti bene: un successo. Questa settimana nessuno si è rapito mia figlia per smembrarla in qualche campetto, l’Inglese non guida quindi non ha fatto incidenti, i miei genitori sono in salute e le mie sorelle una è al mare e una sta varando qualche campo, qualche iniziativa. Lo strozzino che mi è venuto a fare visita tramite segnalazione di un amico comune, che da ieri più amico non è, deve avere capito l’antifona e non si è fatto rivedere: per levarmi quella sensazione di unto di dosso mi ci sono volute quarantotto ore. Oppure, di nuovo, sono stata fortunata, e ha deciso di mirare a qualcunaltro. Ho saltato due giorni di ginnastica perchè ho una febbriciattola da stanchezza e cimurro starnutante, irritante, che mi gonfia gli occhi e restringe la testa.

Non ho implicazioni in appalti e non ho mai versato una mazzetta, quindi questo fine settimana non suderò freddo a pensare a quell’affare, a quelle tracce, a quell’avviso di garanzia. Non ho nemmeno uno yacht con licenza off-shore per portarci i miei amici nei venti metri che separano il molo dalla torre di comando, quindi non mi devo preoccupare di cosa farne a febbraio o della pensione dello skipper. Divido la macchina, car-share si chiama, ma ho rinunciato alla quota maggioritaria così non devo parcheggiare, così non devo richiedere il permesso. Vado in treno dappertutto e quando c’è ritardo faccio un sacco di amicizie. Oppure piango di rabbia. Mangio un toast a pranzo da anni, mille, e bevo solo vino buono dopo le sette e mezzo, perchè quell’arietta sonnolenta, pacificata, mi garba portarmela nei sogni.

Non ho cene importanti, a parte una a fine Luglio che mi dà un’ansia terribile, ma ho promesso all’Inglese: ci sarò. Non accetto inviti dai clienti o dai fornitori, per non dovere anche solo una volta mediare un giudizio ragionato. Non sono nel giro dei compleanni dei bambini chic, perchè i loro genitori arraffazzonano feste dove nessuno può smaialarsi in terra, e che gusto c’è ad essere bambini e a dover stare impediti sul parquet – quindi non ho un calendario serrato di regalini appariscenti da fare per queste magnifiche creature, i piccoli, che non sanno nemmeno cos’è un tallone o dove sta l’anima, che carichiamo di significati simbolici per poi stupirci che rubino per divertimento.

Non frequento le SPA, ma solo perchè mi sento brutta in accappatoio. Non frequento le spiaggie, ma solo perchè sono brutta in costume. Le due privazioni comportano che la depilazione di cera non stia fra le mie priorità quindicinali bensì una opzione annuale per quando ho desiderio di punirmi. E comunque la zona fronte retro non si tocca, ma siamo matti, non mi devo mica appiccicare ad un palo coperta d’olio e ballare a gambe aperte la lap. Non che non mi piacerebbe una volta, ma non riesco a toccarmi le caviglie quando sono in piedi.

Non ho un amico cui devo molti favori, quindi posso sempre dire mi dispiace, oggi non è giornata, lasciami dormire a chiunque. Non ho un ombrellone particolare dove voglio essere sistemata, anzi vicino al bar mi sta bene perchè ho sempre sete di acqua fresca frizzante, sudo moltissimo, quindi posso arrivare al mattino e prenotare un posto, a caso. Mi piace camminare, quindi la ztl cittadina del mio paesello, con l’ipotesi di poter fare camminare mia figlia senza che qualcuno me la falci, mi sembra una cosa straordinaria. Non ho la carta centurion e nemmeno la platinum, perchè Mentore numero due mi ha insegnato che al mattino bisogna sapere quanto si deve spendere, compresi gli imprevisti, e quello va portato dietro in moneta. Quindi non accumulo punti, non compilo questionari, non pago qualcuno perchè paghi qualcunaltro per darmi consigli se faccio i capricci. Meglio non fare le bizze e tenerli per una buona cena, con buon vino e buona compagnia.

Non sopporto i cocainomani, che si trascinano dietro ansie e billi ritti per i motivi sbagliati, quindi difficilmente mi invitano alle feste. Da un lato mi dispiace, dall’altro mi solleva dal dover comprare un vestitino estivo, che non so scegliere – l’Inglese dice che non saprei vestire un asino morto. Non so abbinare scarpe e vestiti. Mi metto quello che mi fa felice al mattino, cercando di rimanere rispettosa delle persone che ho attorno – non indosso il tutù quando sono felicissima. Non vado in palestra ma mi piace correre a piedi nudi.

Quindi hai ragione a dire che sono una povera imbecille, una contadina. Una che ha salito lo scalino. Una con i capelli crespi e il culo troppo grosso (largo, dici). Una che ma poi che vuoi che faccia al lavoro, guarda con che macchina di m** gira. Hai ragione a dire che sono una qualunque, anche perchè sono in ottima compagnia: conosco almeno venti persone che potrebbero più o meno stare in questa descrizione. Lascia che ti dica chi sono, queste persone: fanno spesso all’amore col marito o con la moglie – non con altri. Non stanno molto bene con un vestito da sera: vero. Ma vestono gli occhi di sorrisi. Hanno quanti figli rientrano nella famiglia senza tate a tempo pieno. Vanno al mare di martedì mattina e hanno sempre il divano impegnato da qualche amico che passa di lì. Invece di raccogliere fondi per il cancro fanno in modo che i dipendenti mangino bene, che siano ben pagati. Io non ti disprezzo anche se viviamo in mondi diversi, tu cerca di smettere di scrivere quelle cose – sei così pettegola, così cattiva. Eppure (di materiale) non ti manca nulla.

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Deve essere ferragosto.

juanitadepaola

Oggi ho fatto quel gioco allo specchio in cui ti guardi come saresti migliore se quello fosse più su, quell’altro più giù, qualcosa più corto e altro allungato. Ho passato ore nell’acqua, e quindi in bagno, e quindi allo specchio. Stamattina, per iniziare, mentre le piccole dormivano, per eliminare la peluria. Non mi piace, per non dire che mi fa schifo, immergermi nel bagno e pensare di dovere fare qualcosa di utile allo stesso tempo: deve essere il tempo dell’ammollo, della mollezza, del quasi buio, dell’acqua che fa rumore di spelonca. Quindi le due operazioni vanno fatte in separata sede, una da seduta in doccia e l’altra navigando nella vasca.

Con la faccia coperta di vapore e lo specchio come un ricordo notturno mi guardo bene e ho piccoli feticci per sopportare il volto che cambia nel tempo, amarlo, senza concentrarmi sul come era prima ma piuttosto su come evolve, cresce, assieme a me. E’ l’unica via per non impazzire della malattia che chiamiamo vecchiaia, che se fisicamente non mi turba affatto, mi atterrisce quando penso agli impeti, alle urgenze che passeranno in secondo piano. Quindi assecondo la prima piccola procedura: metto i capelli nel turbante-asciugamano bianco, pettino le sopracciglia e mi metto un lucidalabbra pastoso. Spargo la cremina, una a caso, e stendo il mascara bene, per non rimanere con occhi ebeti mentre mi asciugo i capelli.

Faccio in modo di non trovarmi mai in una posizione sfavorevole, di non essere io la prima causa della mia infelicità. Accendo le luci piccole, spengo le grandi: nessuno verrà ad un centimetro dal mio volto con una torcia a vedere se ho imperfezioni, perchè dovrei farlo io? Iniziano i profumi e le letture, il secondo feticcio. Questo limbo, la gravidanza artificiale in cui mi trovo, la pancia-bagno calorosa e silenziosa, dove nemmeno chi amo può (finalmente) entrare, mi fanno vorace di riviste, libri regalo, ricette, tutto. Mi stordisco, leggo finchè non mi viene la nausea, e quando mi annoio a morte finalmente passo al trucco: leggero, veloce, cui segue l’apertura dello scrigno con gli anelli e gli orecchini giganti. Scelgo e metto. Mi vesto. Terzo feticcio: non ci si asciugano i capelli in mutande, ma mi vesto di tutto punto, anche se poi non esco, di modo che quando l’ultimo pelo sarà asciutto, sarò rinata. Morta e rinata. Con i tacchi. Esco dal bagno: cling, cling, cling, gli stiletto risuonano in corridoio.

Sono uscita alle dieci circa, come un canovaccio da una lavatrice: una resurrezione in acqua. Le orecchie ovattate e il caldo di un bagno bollito mi hanno tenuto serena, pacata, per molto. Alle quattro la piccola ha finito di ballare le sue musichine, e tutta sudata mi ha chiesto di fare il bagno. Noi facciamo il bagno assieme, è il nostro rito. Allora ho ricominciato: tutto. Stasera sono rallentata, ma felice. L’acqua del bagno, purtroppo, è l’unica in cui posso nuotare da molto tempo – io lavoro per fare andare gli altri in vacanza. Oggi sono stata al mio mare per due volte: deve essere ferragosto.