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Juanita de Paola vita piccola women

Attualità comparata.

juanita

Entro nel Vaticano della mia personale religione: la cucina con il forno acceso. Ci ho sistemato dentro un pane lunghissimo e privo di consistenza che non mangerò, ma che come un ambipur diffonde aromi sani, buoni. Positivi. E’ tempo di non bere, di lasciare i vini migliori a quando spunteranno fiorellini e frutti, di fare fioretto. La baguette sta nel forno d’acciaio ricco, tiro fuori il burro e il sale. Stracchino. Pesto aperto. Cucchiaino di maionese. Due ravioli freschi non cotti. Apro la schiacciatina secca che scrocchiola e giro la prima pagina di Gente, probabilmente il migliore peggiore giornale di sempre.

Posso sedermi solo lontana dalla porta, perchè sdraio le gambe quando mi siedo e tutti ci inciampano. Il cane si appropinqua: ci odiamo con amore, lui dorme solo accanto a me per il gusto di russarmi accanto, di disturbarmi, mentre io lo nutro più del dovuto solo per farlo diventare obeso. Un pò come nelle famiglie vere, dove l’amore certe volte ti avvelena e dove le botte nel sedere fanno meglio delle carezze, anche io e l’orrenda creatura spelacchiata abbiamo stabilito un patto di convivenza dove non ci rompiamo gli zebedei.

Le cose più belle ci arrivano dalla stanchezza, le più brutte dall’insofferenza: è incredibile che io possa amare ed essere così irritata allo stesso tempo dalla piccola, che non sta mai zitta. Non so leggere mentre preparo da mangiare mentre apparecchio mentre ascolto, quindi devo mettere da parte il giornaletto e correre. Questo itinerario demente tocca alle mamme, ripenso alla mia e mi chiedo come abbia fatto con tre di queste a sopravvivere alla famiglia: ascolta il bisogno, rispondi, soddisfa, ascolta il nuovo bisogno, rispondi, soddisfa. Nel frattempo ricordati della bioraria. E chiudi le finestre quando è buio. Operazioni manuali, ripetute all’infinito, che mi tolgono il bianco dagli occhi.

Facciamo festa, dico alla piccola donna. Non posso essere quella che sta col muso di Venerdì. Cosa vuoi fare, piccola? – Si è spaccata il labbro stasera, saltando su Winnie The Pooh gonfiabile, una specie di seggiola sotto vuoto e pelosa: è rimbalzata ed è cascata di faccia. Poi ha rovesciato lo yogurt, tutto, per pulirsi la bocca. Poi ha bevuto la Fanta dalla bottiglietta, si è ingozzata, ha fatto il verso del vomito e ha sputato tutto in terra: ho dato il cencio. Dò il cencio, spesso. Le ho messo il ghiaccio, poi le ho dato il gelato tanto avevamo anche la scusa, e abbiamo parlato. Ho ascoltato più che altro, i bambini perdono interesse velocemente. “Voglio addormentarmi con te alla televisione”. Non le è permesso, mai, ma stasera sì.

Domani sarà il giornalaio, il caffè caldo con due brioches: quella alla crema e quella ai mirtilli, che questa secchissima creatura si mangia ogni mattina. Con i quotidiani, il cane, il pane fresco e i tacchi altissimi arriveremo al nostro tavolino del bar giallo con le cameriere gentili. Passeremo davanti alle case delle persone che vediamo da trentanni senza condividerci niente e le saluteremo con la stessa felicità. Mi diranno che la bambina è cresciuta, diremo loro Buongiorno Signora tutte impettite e con la faccia in su, se no non si sente e non si vede.

Poi parleremo di Sofia, di Letizia, di Alessia, Andrea, Gaia, le maestre e i segreti che non si possono dire – a quegli altri. Rideremo delle solite cose, mi arrabbierò perchè vuole l’estathea freddo gelato e fa male al pancino. Vivo nell’oblio di una gioia espansa, costante, pregando che duri così senza scossoni. Penso alla mamma delle bambine e a quella dei bambini bruciati nel campo, e mi chiedo di nuovo come si faccia a non avere un bottone che, in quei casi, ci possa far spengere subito. Senza ulteriore dolore.