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Nella vecchia fattoria

Juanita de Paola

Nei miei piani del futuro prossimo c’è quello di aprire una fattoria, abitazione e scuola, con le galline e se mi piglia il coraggio qualche bel maiale. Una rete wi-fi così sostanziosa da potere alimentare i frigoriferi, certo, e attrezzature informatiche dure, soffici, volatili all’avanguardia. L’importante è che la musica esca con i bassi, amo i bassi che mi rimbalzano sulla pancia – tutto il resto arriva secondo.

Mi dedicherò al marketing ma anche all’orto, non nel senso che tiro su i pomodori ma che li colgo e li affetto e li mangio. Magari posso anche innaffiare una o due volte al mese, ma l’atto pratico ripetitivo mi annoia a morte, quindi è bene che altri si dedichino al verde. Io, piuttosto, arrotolo i cavi.

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Juanita de Paola

Leccatevi (i ditini).

Ascoltami di CONSUELO CECCONI

Pasticceria La Zagara, Positano

“Fate attenzione alla strada. Poche curve prima della vostra destinazione su uno slargo panoramico troverete un ambulante che vende creme di limoncello e tralci di arance indigene, piante piegate dagli sforzi di generazioni per trasformare un albero nella casa di un semidio, tetti di rami sopra i terrazzamenti antichi aperti ai venti di libeccio.”

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Non posso dirtelo io, ma hai vinto te.

Juanita de Paola

C’è questo piccino che guardo al catechismo negli anni novanta – è pazzesco che mi lascino insegnare qualcosa ai bambini, ma capisco con venti anni di ritardo che molte volte la parrocchia viene gratis e la tata no. Lo ricordo bene lui per due motivi: il primo è l’odore, tremendo, di puzzo di ascelle con naftalina. Maglioni marroni mai lavati, tornati dall’inverno all’estate e indietro, sudati davanti al bar senza tettoia di estate, sudati nel letto col maglioncino che non si mette sulla seggiola di inverno. Quelle sono famiglie che non usano il riscaldamento, come gli Inuit.

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Un solo dovere morale: amare.

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Ho finito lo yogurt senza grassi, senza frutta, senza yogurt così come si conviene a chi effettua una lotta contro il proprio corpo per modellarlo come sui giornali. Contro ogni fisicità e corporatura, a un certo punto una persona si infila in questo percorso di controllo che porta sempre con sè conseguenze che vanno aldilà, e parecchio, della perdita di taglie: così ho fatto io tutta la vita. A tratti. Prima demolendo il mio corpo con alcol e trattorie, poi ricostruendolo – o abbacchiandolo ancora di più, chissà – negandogli (quasi) ogni piacere. Mi trovo bene in questi due estremi, per la gioia di chi non vede l’ora di darmi consigli sul metabolismo, e non so stare nel giusto mezzo. Per intendersi io, il giusto mezzo, non so nemmeno cosa sia. Dalla mia, una sola certezza: il tempo mi è favorevole, nella mia follia ho una costanza che non ho paura di definire rara.

Ho buttato la plastica leggera dello yogurt dentro il cestino della plastica con fare annoiato, in fin dei conti separare quello che non serve più e continuare a dargli una dignità mi pare un’infinita rottura di palle. Lo faccio, non sempre, ma ci provo. A dire la verità mi torna meglio la carta: non si impuzzolentisce e c’è un bidone qui sotto casa, vicino. Alla sensazione di fastidio mi fermo e mi tiro uno schiaffo da sola. Così. Pum. Nella guancia. Mi serve per svegliarmi quando metto in atto meccanismo ripetitivi e per non dimenticarmi: è la tecnica di addestramento dei delfini, pescetto quando sei bravo e schiaffetto quando sei cattivo. Funziona.

Bisogna che io trovi una goccia d’amore per quel gesto, il gettare la plastica nella plastica, altrimenti so che non durerà. Bisogna che mi ricordi che la forma segue il contenuto e che non si può bestemmiare mentre si pulisce una chiesa. Questo, per me, è il male supremo nella vita: il non avere un comportamento consistente con il proprio pensiero. Mi conosco abbastanza bene per sapere che non riesco a fare niente che non ami. Non solo. Che quando desidero ardentemente che qualcuno faccia qualcosa con me, il mio impegno deve essere quello di fargli amare quell’atto, le sue conseguenze, le sue premesse, il suo essere stesso in quella cosa, in quel fare – pensare. Altrimenti non ci riusciremo.

Ecco perchè, come tanti altri, non riesco a fare molte cose. Non sono capace di affezionarmi contemporaneamente al mio corpo e al cibo, oppure alla mia amica e al mio amico. Una cosa alla volta, finchè non si è toccato il nervo in basso e creato una reazione a catena intrisa di intenti, di volontà e amore. Una cosa alla volta. Finchè la conoscenza reciproca non ci permetterà di abbandonarci senza lasciarci mai più.

Dopo lo schiaffo prendo la scatolina dello yogurt e la tiro fuori. La metto sul tavolino. Allargo bene bene il sacchettino che prima era un pò chiuso, abortito nella sua funzione, e chiamo Mezza Pinta. Arriva di corsa, all’attenti come un piccolo generale. Che c’è mamma.  Guarda amore, voglio che tu veda questa cosa. Quando c’hai una cosina di plastica, questa roba duretta che non è trasparente, la devi mettere qui. Perchè se non la metti qui, quando sarai grande sarà lei a metterti qui. Hai capito? Si mamma. E’ importante, Cecilia, che tu significhi ogni gesto. Che tu ci trovi la felicità. Altrimenti diventerai uno di quegli storpi che sono felici solo quando fanno certe cose o stanno in certi posti.

Facciamo canestro assieme, il barattolo casca e lei lo riprende. Poi va a pigliare non so quante cose nuove e cerca di buttarle lì dentro – la spiegazione riparte, ma il concetto, credo, ha piantato un piccolo seme. La guardo sperando di avere appreso la sua lezione: oggi mi ha insegnato lo stupore, faccia numero quattro, la gioia del comprendere, faccia preferita, la soddisfazione di avere eseguito un ordine. In fin dei conti nella vita ci sono solo due strade: amare, infinitamente, ogni attimo come se fosse un dono oppure vivere il tempo che ci è dato. La prima tesi si trascina dietro un corollario difficile, la verità –  non c’è altra via. Purtroppo l’ho scoperto un pochino tardi, ma ci stiamo attrezzando per amare anche quella.

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Sei un povero disgraziato? Buon per te.

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Gente che non sa più come fare a nascondere un patrimonio. Dieci anni fa la mia amica F se ne andava alle terme di Petriolo, aveva venti e qualcosa, in una spa, con servizio – diciamo, con slancio generoso – di lusso. Ci andava col suo fidanzatino, oggi suo marito e padre delle sue tre figlie. Lui era un piegatore seriale di magliette in centro commerciale con pettorali a forma di fesa di tacchino, lei la figlia di un grande avvocato, assieme avevano trovato lei l’ammore che si suda, lui un destino lavorativo per impiegare il suo (ancora oggi) povero cervellino. Tralascio i copiosi tradimenti, che ho scoperto essere parte integrante del tessuto matrimoniale nazionale. Andavano lieti, nella macchina rombante, broum, broum, decappottata, con la musica a caso della radio digei. Mai fidarsi di quelli che dicono io ascolto di tutto – prima di tutto non è vero, e poi se è vero c’è qualcosa di marcio.

Io ho sempre detto a F che ammiravo la leggerezza con cui lei andava a Courchevel a vedere che c’era da fare quando noi facevamo colletta per salire all’Abetone, pur sapendo alla perfezione cosa c’era. Non c’era sforzo, non c’era sfarzo: forse ha ragione chi dice che la differenza fra essere ricche e essere povere è solo scegliere le calze nuove per infilarle sotto i jeans. Mettila un pò come ti pare, coi soldini giusti si sta proprio bene se ci si sanno godere. F gustava la mia ammirazione, come una amuse bouche. Siamo ancora amiche e pure care.

Il mio amico G, invece, soffre l’avere patrimonio di famiglia. Lo patisce. Al punto che si è inventato una vita di musica alternativa e escapologie messicane che puntualmente lo riconvergono alla base, magione di duemila metri quadri sapientemente tenuta nascosta agli amici – sai, è dei miei genitori, ma io ho già rinunciato all’eredità, non me ne frega un cazzo a me. Vagli a spiegare che non è vero. G ha un gusto spiccatissimo, fra noi scherziamo e diciamo che ha già messo un piede nella stanza di là, quella dell’omosessualità – e sia chiaro che chi scrive non ha assolutamente nulla da dire in proposito. Veste raffinato, leggero, pare che non abbia mai freddo. Organizza feste a tema dove tutti, dico tutti, sono bellissimi. Gente che lo stivale con la cerniera larga non sa nemmeno dove sta.

G si fa tutte le rassegne dai titoli più pesanti e vive in una specie di pauperismo a tempo: dalle sei del pomeriggio fino alle due della notte è G che ucciderebbe pur di essere un povero disgraziato. Pur di potere pronunciare la frase No, stasera non posso venire fuori a mangiare la pizza. Non ho i soldi. Ora, lui la butta lì lo stesso. Ma per permettersi di ripetere la sequenza senza che qualcuno che ne conosce la casata gli rompa il collo, c’è bisogno di un ricambio continuo di amicizie, tutte da pescare in posti tattici. C’è bisogno ogni giorno di una persona nuova per potersi reinventare un passato da poveretto. Naturalmente G sta con una cavalla purosangue, anche lei un pò bohemienne, che studia teatro, che fuma più di quel che mangia, che d’estate non raggiunge mamma al Forte. Campeggio.

Il mio amico R, infine, è un povero disgraziato. E’ uno che gli è andato tutto male: la salute, mentale soprattutto, il tempismo, la macchina. Ha una moglie terribile – cattiva, lo odia. Vota Banana, come tutti quelli che vengono dalla medio-bassa borghesia lavorante. Non mangia pizza se va al ristorante perchè quella è roba da disgraziati, piuttosto, una bella bistecca tagliata per tutti e poi niente calzini e mutande nuove per altri sei mesi. Sogna il riscatto ma nel frattempo cerca di fare felici i suoi familiari: la cintura di Quello, le scarpe di Quell’altro – pensa che imbecille, se solo sapesse che G compra le scarpe di pannolenci da venti euro in colori improbabili solo per sembrare ancora più trascurato.

Io dico che uno pagherebbe l’altro per rubargli la vita. Non per sempre, sia chiaro. E nemmeno stilisticamente, chè quel disgraziato di R compra solo cose con le marche che si vedono bene bene. Io dico che il vicco G, per provare la gioia di sentirsi come gli altri, coi problemi di arrivare a fine mese e quella roba lì – very cool, molto ghetto, si sopporterebbe anche la spesa con la famiglia il sabato mattina, col trepperdue. R, invece, a G lo schifa. Non lo capisce e tutte le volte che lo vede ne dice nere: ma guarda se si può vedere il figlio di Coso che va a giro vestito in quella maniera. I due segmenti si sono rubati l’etica e l’estetica, il che è buffo. Sarebbe ora che se le restituissero.

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Non mi sento preparato.

Juanita De Paola

Il mio amico F mi chiama spesso per piangere: la ragazza lo ha lasciato, no, la ragazza è rimasta incinta, no anzi la ragazza ora è moglie e non sono pronto a rinunciare a tutto, anzi no, oddio lei se ne è andata e non vedo più mia figlia. Vorrei essergli di grande consolazione giacchè siamo amici, appunto, la realtà è che vorrei solo rovesciargli un secchio di sangue caldo di bue in testa. Anzi, di maiale, come nella scena regina di Carrie sguardo di Satana, l’unico libro che ho letto in vita mia senza saltare nemmeno una pagina.

La bambina ha una sequenza di foto con il papà, su facebook, nell’album “mio tesoro”. Non ci sono foto con i tre assieme, perchè probabilmente G, la ragazza ex, le ha bruciate tutte con rito animista: nulla ti mostra l’orrenda umana bruttezza come la nascita di un figlio –  il peggio, salta fuori e puzza. Lui ha continuato il calcetto, lei ha mollato la taglia quaranta e qualcosa. Lui ha riniziato la pesca e il silenzio, lei ha dovuto scoprire le tecniche per smacchiare il vomito dalle magliette di seta. Lui ha continuato a guardare le bollette come le mucche osservano i treni che passano, lei ha cominciato a scrivere sull’agenda della banca ogni euro.

Questo, se tutto è rimasto nei parametri della normalità. Perchè se vivaddio è arrivato un problema serio – la bambina con un ritardo  mentale, che so, una malattia degenerativa, o anche solo la perdita del lavoro di uno dei due – ce n’è da benedire e da santificare. Non voglio dire che lui si è infilato la tuta da coglione e lei quella da scimmia urlatrice che non si accoppia, non solo questo, certo. Lei ha smesso di ridere, ad esempio, o di mettersi le magliette senza reggiseno. Lui ha scoperto i calzini di spugna bianca. Lui ha deciso di imparare a suonare il contrabbasso, lei che non c’è più nulla da imparare, perchè la vita è finita – sono vecchia, ormai non esco più.

Fuck this shit! Ma non si può prendere alla leggera l’amico disperato, e allora lo chiamo qui, a casa. Ho un salotto ampio, con un divano immenso – ci vivo, ci leggo, ci dormo. Viene e mi racconta  la tragedia, come si è compiuta. Eppure io la amo, per me lei è ancora bellissima. Ma io pensavo che avrebbe sempre trovato il tempo per me. Ma io credevo che non sarebbe cambiato nulla. La bambina è la mia vita. I suoi genitori si mettono sempre nel mezzo. Non usciamo mai. Si lamenta sempre dei soldi. Vuole che trovi un lavoro fisso ma io in ufficio mi sento morire. E così via. Il fatto, F, è che tu eri pronto per trastullare una bambina, la tua, ma non per la sua mamma. Magari richiamala fra ventanni. Magari svegliati. Magari se le mandi cento euro al mese la bambina te la fa vedere. Magari era meglio se il servizio militare e l’economia domestica non li levavano di giro, mi pare a me.

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Attenzione ai moderati.

juanita

Non è fastidio quello che provo a vedere gli indignati, piuttosto cerco di cacciare il pensiero maligno che mi copre il cervello, me lo avvelena: quanti di voi pagano le tasse? Quanti dei ragazzi accampati hanno le carte per potersi indignare? Ci si indigna una o due volte nella vita, e la violenza che ne deriva è infinita – mi è successo una volta che ho visto un ragazzone schiaffeggiare una ragazzina, e mi è partito il cervello; sono diventata una belva, un animale che non si ricordava di avere quella forza, quell’odio dentro di sè. Non mi piace la violenza nè le leve che la azionano dentro di me. Soprattutto: ci vogliono requisiti, per protestare? Io penso di sì. Ma “io” è una creatura che prova ad essere democratica, ed in fin dei conti la poesia porta all’umanità più delle tabelline.

Provo un piccolo brivido di piacere quando sento che Lehman and Brothers è sotto assedio di uova: loro come indegni creatori, fra gli altri, di bolle immobiliari. Loro come parte di un olimpo che prevede guadagni stratosferici senza sforzo se non il rischio di capitale di qualcun altro, loro come merde squisite. Non è un buon brivido, il mio. E’ un segnale mortifero di un piccolo scatto di insofferenza che vuole offuscare la mia capacità di giudizio tiepido, una delle mie conquiste da quando ho scoperto che accettare le opinioni altrui non è solo buona cosa, ma condizione necessaria e quasi sufficiente per potere sopravvivere nella giungla umana. Se solo quei ragazzi fossero composti, se nessuno usasse la frase “stiamo cambiando il mondo”, se non pensassero di rappresentare anche me, allora potrei parteggiare, da casa. Io padrone, voi indignati che mi mandate i curriculum  per essere assunti. Io e voi siamo simili, mai come ora, eppure siamo nemici.

“Stiamo cambiando il mondo” mi rimbalza nella testa, genera un nuovo pensiero meschino: no, state imitando i cortei dei film romatici della novelle vague. Siete ologrammi a colori degli anni sessantaotto, siete come quelli che al liceo indossano la zampa di elefante e il dolcevita nella fase di riscoperta dei Led Zeppelin: siete, come me, carne morta. Voi siete la leva emotiva su cui fa perno la destra becera, quella che “guarda che massa di coglioni a spese dello stato”. Noi siamo la leva emotiva su cui fa perno la sinistra ormai intirizzita, quella che “guarda quegli stronzi a casa a lavorare, mentre i giovani sono in piazza”. Io, piccolo borghese che prova a farcela e si vergogna della macchina senza aria condizionata e apertura centralizzata. Voi, giovani virgulti che hanno la vita davanti e la presunzione di un futuro felice. Noi siamo a dieci centimetri l’uno dall’altro, ma è come se ci fosse un grand canyon nel mezzo: le mani si toccano, ma saltare è un rischio troppo grande. “Guarda che massa di inetti, che poveracci, tutti: leviamoli di lì, non sanno fare il loro lavoro”.

Devo mettere da parte la rabbietta, l’acqua che ristagna pronta per le uova di zanzara tigre, e areare il locale. Devo areare anche il mio cuore. Dovete spalancare il cervello. Dobbiamo stropicciarci gli occhi. Dobbiamo unirci, entusiasti e moderati, per svecchiare il sistema da dentro – senza farsene accorgere. Assumersi le proprie responsabilità civili: fare l’artigiano senza pagare le tasse è la stessa cosa che avere cento giornali e mille televisioni senza pagareil dazio, cambia solo il potenziale d’acquisto. Lasciamo che i “parenti di” continuino a esportare i loro capitali a Montecarlo o in Svizzera: non hanno più una patria che non sia la banca, di essi è il regno dei morti. Ma noi siamo vivi. La rivoluzione è la qualità, la moralità che odia i moralisti, un comportamento talmente probo che chi ci governa – non ci governa, accidenti, che disgrazia – si debba vergognare. Si devono indignare, loro, di sé stessi. Riprendiamoci la legge. Pitturiamoci gli ospedali. Aggiustiamoci le scuole. Coltiviamo i nostri frutti, invece di farli arrivare dalla Nuova Zelanda. Insegnamo volontari ai bambini degli immigrati: questo è un grande popolo, non c’è nulla che non possa fare – persino aldilà dell’evidente inettitudine di “quelli”.

E voi laggiù. Attenzione, sono i moderati che rovesciano i governi e che, se vedono un ragazzone picchiare una ragazzina, fanno la bava dalla bocca. Sono quelli che non protestano che, un giorno, si girano tutti assieme e compongono un corpo pesante, con anni di rabbia sommessa. Sono i moderati che tirano fuori le ghigliottine e fanno i danni più ingenti, quando sentono che non solo si è passato il limite, ma ci si è fatto un accampamento abusivo.

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Fzzz, fzzz, aggiustare la frequenza di ascolto.

juanita

Quel monumento alla femminilità che è la mia amica P passa il fine settimana con me. Non credo che riesca a capire la gratitudine che provo dalla mia faccia sempre seria sotto l’abat-jour, o dai miei silenzi, o da nessuna delle mie espressioni fisiche, ma vorrei che mi si accendesse una spia in testa sotto la scritta io sono felice che tu sia qui, vorrei – e credo che sia chiaro – che capisse come è unico stare zitti fra umani, quale livello di intimità e affetto richieda la convivenza allegra senza parole. Mi racconterà dopo cena di quanto si stia immolando per il suo uomo, le racconterò di una delle saghe a scelta: lavoro, famiglia di origine, famiglia di elezione.

Durante la discussione io penserò che è matta a rimanere ancorata in una situazione come quella, mentre lei mi guarderà chiedendosi cosa ci faccio ancora qui se il mio fidanzato, il padre di mia figlia, vive in un’altra Nazione. Non che le risposte importino davvero, bisogna scavallare i vent’anni di amicizia per capire che esistono luoghi franchi dove si ha il diritto di rimanere le ciofeche che siamo. Non ho amiche che a quarantanni vanno in discoteca, e mi dispiace: vuole dire che ho compiuto una selezione senza nemmeno accorgermene, rastrellando persone che mi somigliano – l’inizio della vecchiaia. P ne ha, però, e questo è un buon segno se è vero che l’osmosi o la proprietà transtiva esistono.

Più di tutto ho imparato ad amare le persone che fanno scelte (per me) imprevedibili con onestà di cuore e di parola. La mia giornata è ormai uno sforzo continuo per spiegare cosa sto facendo e perchè – dove sto cercando di arrivare e il supporto che richiedo per farlo – a chi mi sta attorno: è importante non lasciare zone buie, a meno che non si stia parlando di Vizi Salvifici Che Pratichiamo Nascondendoci Da Noi Stessi, luoghi in cui la mancanza di chiarezza generi sofferenza, senso di abbandono negli altri. Specialmente se questi sono persone che dovremmo amare.

Ascolto P disattivando il mio senso critico, aprendo le porte negli orecchi e chiudendo il cancello in bocca, per non generare riscontro. La ascolto, provo almeno, indossando le sue scarpe: è importante entrare là dentro, nella sua scatola nera, per capire cosa mi sta dicendo e perchè. Non vorrei di nuovo ritrovarmi a misurare una strada di un miglio con un righello da venti centimetri, il mio, per accorgermi che la giornata è finita e non ho nemmeno la certezza che il righello sia tarato alla perfezione. Meglio una misura approssimativa, diciamo, a suon di piedi che cercano di stare allineati – e con P è difficilissimo, perchè lei ha il femori lunghissimi.

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Un solo modo per arrivare lassù.

Robin Roberto Ciasca

Da piccola non perdevo una puntata della saga fumettistica di Dago, una creazione di Robin Wood e Alberto Salinas che è titanica per contenuti e disegno. Dago è l’uomo ideale, con la sua bellezza ruvida, l’onestà brutale e soprattutto la sua evanescenza: una sera ti guarda da dietro una candela come se non ci fosse domani, il giorno dopo guida le truppe nel deserto – perchè lui quello fa, è un eroe condottiero .

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Datemi un maschio.

Nicola Mirigliani

E’ arrivata la bufera, è arrivato il temporale qui su Montecatini Terme: raining cats n’ dogs màa, direbbe mia figlia Mezza Pinta che parla l’inglese come gli immigrati di Brooklyn. D’altronde suo padre viene dall’Ohio e io nacqui chez Livorno. Sarà che è Lunedì, sarà che ormai le Miss mi appaiono anche in sogno, sarà che l’arrivo di Hoara Borselli mi ha steso definitivamente – ma è vera, dico, è umana? io ho bisogno di un uomo – da scrutare, si intende. Cerco di intercettare Nicola, capo della web-tv e specialista in dribblamento della mia sottoscritta (bellissima) persona: ha un talento particolare, come io mi paleso in una stanza lui si smaterializza e mediante i bocchettoni dell’aria condizionata si ricompone a un miglio marino da qui. Ho assi nella manica e qualche conoscenza importante qui, per esempio la barista, quindi mi apposto tutta vestita di nero nel corridoio che porta alla stanza Rai, dove sta affisso il cartellone “a nana càa macchina fotografica nun entra” con la mia foto. Passa il direttore dei lavori e tocca la colonna di ferro. Passano le costumiste e incrociano le dita dietro la schiena. Finalmente passa anche Nicola e con un sorriso a denti spiegati, tutti e venti quelli che mi sono rimasti in bocca, lo fermo hai mica mezzora per me? Mi guarda atterrito, oltretutto c’è pochissima luce. Venti minuti? Dieci? Assolutamente, risponde. Quindi andiamo al bar, dove conto di fare ottima impressione chiamando la barista per nome.

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Ubiquità. Terzo giorno.

agnese

Nel villaggio dove vado spesso a sciacquare i miei panni esistenziali – Vellano, appena sopra Pescia – c’è stato un terremoto attorno agli anni venti. Una sola persona è tragicamente morta, un uomo sposato rientrato in casa durante le scosse più potenti per recuperare le fedi, su richiesta di sua moglie. Un tempo, da queste parti, era uso infilare gli anelli in un’ampollina ripiena di acqua santa se la notte si faceva l’amore, allo scopo di mondare l’atto comunque impuro, sebbene fra marito e moglie. Quando il terremoto è arrivato gli abitanti ce l’hanno fatta a correre fuori dalle case in tempo, ma il nostro eroe è rientrato, perchè la moglie lo ha pregato di andare a riprendere i suggelli del loro matrimonio. Detto fatto – e fine dello sfortunato consorte, nel modo più romantico possibile. Me l’ha raccontato Publio e io ci credo, perchè lui sa tutto di questo posto, ha la barba ed è alto circa sei metri.

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Fatiche della massaia.

Pierre-Bonnaud-Salome

Ci sono dei lavori domestici faticosi che però danno grande soddisfazione. Poi, stanche ma compiaciute, ci sediamo ad ammirare il risultato.

[Pierre-Bonnaud, Salome, by Antonella Fabriani Rojas]

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Primo giorno di Avvento.

Patrizia Mirigliani

Primo giorno dall’Avvento delle Miss e decimo dalla costruzione del totem di ringraziamento del mio amico R, abitante di Montecatini Terme, il quale non ha mai visto così tanta grazia tutta assieme. La cittadinanza aspetta che le bimbe sfilino qua e là con la stesso malcelato entusiasmo di chi ha fatto sei al superenalotto e non lo vuole dire ai parenti. Fremiti di emozione, gente che casca di bicicletta sporgendo il collo, insospettabili con macchinette digitali che spuntano dalle tasche, chè non si sa mai. Il vantaggio inatteso del Concorso dei Concorsi, quello per incoronare la ragazza più bella che ci sia, è che basta infilarsi un vestitino frou-frou camminando downtown, un paio di tacchi e tutte le teste si girano – per vedere se è lei, se è una sola, se sono tutte. La popolazione delle donne con giro vita superiore al torace ringrazia, sentitamente, sperando nell’osmosi fisica.

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Un attimino, sono pronta.

Puoi passare un pomeriggio a truccarti ed acconciarti, ma se mentre ti avvii ad uscire trovi uno specchio o un vetro che rifletta bene la tua immagine, quello è il momento più importante ed utile del capolavoro che hai fatto di te.

Antonella Fabriani Rojas

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Non mi pensare

“L’ho visto in vetrina e ho subito pensato a te che hai la casa piena di cose belle e originali” (by Antonella)

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Non è invidia.

John  Singer Sargent, portrait of Virginia Amelie Avegno Gautreau, called Madame X.jpg

Bella, fine, corteggiata, ricca, ben sposata, elegante, famosa, colta.  Secondo me aveva l’orlo dell’abito un po’ sfilacciato.

John  Singer Sargent, portrait of Virginia Amelie Avegno Gautreau, called Madame X – by Antonella Fabriani Rojas

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Ostaggio.

brufolazzi

Sono ostaggio di mia figlia Mezza Pinta – ovvero della banda di adulti che qui sono impegnati ad asservirne i desideri. E vuoi i cartoni? E tesoro vuoi che camminiamo fino al parco? E ciccina ti andrebbero le pizzette sulla griglia e il gelato al caramello? La bambina, bersagliata di domande e offerte, è completamente rincorbellita e piange ad ogni schioccare di dita. Mi odiano tutti, in genere, ma oggi di più perchè ho fatto saltare la piscina alla fanciulla, povero cuore: avevo voglia di ronfare sul divano, sudare, appiccicarmi i capelli sulla guancia. No guys, I don’t want to go to the bloody pool, it’s my f** holidays too. Rivendico il diritto di essere una creatura spregevole, che antepone sè stessa al rinfrescamento della figlia, per una settimana all’anno.

Per dimostrarmi continuo disappunto, a turno hanno chiamato la signora della piscina, no we can’t come, sorry, con lo stesso tono dei piloti di Enola Gay – yes, we are bombarding in ten, nine, eight. C’hanno il muso. Hanno praticato musica anni ottanta per il pomeriggio e acquietato la mia adorata Radio Toscana Classica, che quassù si sente con 93 punto qualcosa. La bambina, forte del supporto di cento maschi che non se ne fa uno perbenino a mescolarli assieme, mi ha parlato tutto il pomeriggio e mi ha riempito di bacini, leccatine, pizzicotti e tutto quello che serve a disturbare la visione di National Geographic “Zanzare Tigre contro Ciabatte di Suora”. Uno ha persino fatto finta di andare a fare la spesa ed è andato alla piscina, probabilmente per dire che razza di maledetta sono.

Si rompono le amicizie per i bambini, che diventano nano estensioni delle nostre peggiori abitudini: quello che salta a tavola, quella che urla e va accontentata, i gemelli che dipingono le mura degli altri coi pennarelli. Piccoli re senza trono ma con un sacco di trombette. La mia povera figlia, cui viene impedito di annoiarsi e creare qualcosa col suo cervellino. La figlia della moglie di Coso, la cui maleducazione è superata solo dalla voglia della madre di sistemarsi nell’alta società. Il figlio di Cosa, che tira i pugni a me e agli altri bambini, mentre la mamma con tono mellifluo lo redarguisce col sorriso.

Bambini che hanno finalmente il diritto di fare quello che a noi non è stato concesso: masticare cingommi di un chilo, alzarsi e rialzarsi dal tavolo, urlare, fare i capricci. E noi, bamboccioni, dietro a questi nani malefici cui è stata regalata la triade dei desideri di Aladino – Avete il menù bambini? Signora, siamo in Toscana, i bambini li tolleriamo purchè mangino il cinghiale. Mi spiace, oggi niente piscina. Sono disposta a sorbirmi l’ostracismo e il malumore, persino la play list dell’Inglese. Quello che proprio non potrei tollerare da viva, è vedere la trasformazione della piccola bambina in un grande problema con la frangetta. Metti in fila, baby, queste sono le vacanze della mamma.

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La nipotina della mia amica (by Antonella)

D’estate la mia migliore amica si tiene la nipotina perchè la mamma parte con gli amici ed il padre sta con la nuova famiglia. E’ capricciosa, viziata e maleducata, ma non le si può dire niente senza far dispiacere alla nonna. Questa graziosa bimbetta paffuta mi odia, ricambiata.

Di Antonella Fabriani Rojas

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L’ospite è sacro.

baccanale

“Ma certo, cari, fate come se foste a casa vostra!”. (George Barbier, Baccanale – Antonella Fabriani Rojas)

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Fammi più brutta, ti prego. (Se insisti).

Juanita

Sono stata ingaggiata (e blindata) da una signorina famosa che vuole tornare in auge lasciando da parte la sua immagine di bonacciona e utilizzare l’altra sè – qualunque essa sia – e che legge il blog. Una missione a me congeniale, che mi dispiace solo perchè non ne posso parlare con sorella numero uno, alla quale affido i miei pensieri per farmeli rendere in ordine. Lavati e inamidati. Il problema della bella figliola in questione è che vuole una possibilità per dimostrare di non essere semplicemente un guscio magnifico ma di essere capace anche di pensieri, parole, opere e omissioni.

Esattamente il mio opposto problema, che più vado avanti e più penso di essermi persa qualcosa per la strada: cos’è che mi ha impedito di fare tennis? Perchè non ho bevuto succhi di frutta? Perchè non sono stata più leggera, in tutti i sensi? Mi piacerebbe ora, dico la verità, avere un passato di femminilità esercitata invece che analizzata. Quindi ora vorrei io potermi permettere una beauty-coach, una che mi si piazzi in casa e mi dica ma che cosa stai facendo, ti radi le gambe nel lavandino? Oppure che controlli i miei pasti, che mi spinga a mettere il balsamo, che mi porti dall’estetista a farmi piedi, mani, gomiti. Invece niente. Sono io a fare le raccomandazioni.

La mia cliente non ha assolutamente bisogno di me, ho provato a spiegarglielo. E’ come quelli che vanno dal dietologo per sentirsi dire mangia meno, dico, mica ci vuole un dottore. Solo che il farsi umiliare nella propria condizione di debolezza è l’unica partenza possibile per elevarsi, migliorare – in qualunque campo. Quindi partiamo proprio da questo elemento: le ho chiesto di tirare fuori tutto quello di cui si vergogna lasciando da parte gli aspetti fisici che sarebbero assolutamente pleonastici, data la sua conformazione. Ci sono volute due ore al telefono per riuscire a scovare il suo primo angolo nero – sono vendicativa. Ma questo non è un difetto, questo è un comportamento. E’ vero, mi ha detto, e c’è rimasta un pochino male. Ci siamo fermate lì, il (suo) compito della prossima settimana è mettersi allo specchio e cominciare a separare la conformazione dal comportamento. Non so dove stiamo andando a parare, io non mi assolderei mai, ma lei mi è sembrata felice.

Terminata la nostra prima sessione so che il mio compito sarà quello di investigare la sua immagine off e on-line, per allinearla alla nuova sè. Ad esempio dovranno sparire tutte le foto in cui sembra una coniglietta, posa che le viene benissimo e che, se mi venisse altrettanto bene, ma col cazzo che starei a remuginare da mane a sera su parole, opere e omissioni. Poi faremo in modo di vestirci come se ci fosse un domani. Faremo buone cose, attività umanitarie, per acquisire il glow di Angelina: non c’è rimedio, bisogna sperimentare l’altrui infelicità per diventare feconde, belle, eterne. Impareremo una seconda lingua molto bene, oltre all’Italiano, perchè bene o male i giornali vanno letti – se no poi ti portano il Tapiro. Poi allestiremo una pagina web interattiva – andremo a sbirciare i siti di Bjork e Madonna, di sicuro. Probabilmente anche quello di Sofia Coppola, se ce l’ha.

Finita la prima fase avremo creato i presupposti per comunicare, in maniera appropriata, quello che si vuole. Non ci saranno capezzoli volanti, pose da garage, bocche ammiccanti o sguardi orgasmici: ci sarà lei, punto. E lei è, come le ho detto, persona generosa nascosta nel corpo di cat woman. Nella seconda fase prenderemo lezioni di galateo, bon ton, e ripetizioni di italiano: oggi la grammatica è in mano a così poche persone che, chi ce l’ha, la usa come lo speed. Abbiamo accordato anche i seguenti acquisti: un viaggio a Berlino. La biografia di Jackie Kennedy. Un soggiorno in Toscana. Nella terza fase verificheremo se avere annullato ogni possibilità di scorciatoia erotica le avrà regalato quello che cercava: ascolto, a prescindere da quello che indossa. Nella quarta lei sarà di nuovo su un calendario col sedere in fuori e io starò facendo la dieta Pierre Dukan per vedere se mi riesce di somigliarle almeno un pochino.

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Basta non sia una tisana dimagrante.

juanita

“Passa un buon inverno”, mi dici. Mi sembra un buon augurio, in fin dei conti il mondo appartiene a chi è felice il lunedì o non aspetta l’estate per ballare su una spiaggia. E’ una frase che non vedo l’ora di dire ai miei figli, spero di averne altri nove, affinchè tutti mi detestino assieme dopo che sono morta – che non si sentano mai soli in questo, che sappiano che razza di ciofega avevano per progenitrice. Mi parli come se la sapessi lunga, e forse c’hai ragione. Una delle cose che noi donne facciamo è accasarci, non necessariamente con un uomo, e dimenticare che teppiste siamo state, quanto in basso si sia scese per trascorrere un discreto dopo cena. Qualcuna di noi si trasfigura nella casa, mi ci vedo quando pulisco il gabinetto con il bruschino per eliminare gli aloni, altre nel volontariato cellulitico, la maggioranza nella sindrome del triplo controllo – casa pulita, capelli fatti, vagina asciutta. Io no, non lo dimentico che ho compicciato, e forse mi si legge negli occhi.

L’inverno è straordinario perchè Chet Baker suona sempre come se fosse il 23 di Dicembre e perchè la luce è più gentile. Un mio amico che fa finta di avere una moglie – e lei, che fa? – mi conferma che l’estate è mortifera: tutta quella pelle scoperta non aiuta chi usa il cervello come volàno; certo, sarebbe meglio ci fosse una legge anti accoppiamento: le cose tornerebbero divertenti. Tu vuoi davvero che io passi un buon inverno, voglio dire, è questo che hai in mente mentre me lo auguri? Io penso di sì. Quindi aspettate un’altra bambina, cos’è, la sesta? Questo maschio non viene. Dipenderà dal fatto che tu eri l’unico uomo in una famiglia di cento donne, o forse perchè – come ti sussurrano dietro – non sei abbastanza virile. E’ sempre stato un cruccio per tua madre, ma a te ti faceva ridere. Anche perchè a te piace fare le cose, provare, scottarti un pochino: cosa ne poteva sapere lei, di quando ti mettevi la camicia pastello col colletto bianco sottile, a cosa andavi incontro sul serio? Roba ruvida, roba che non si vede nei film romantici che rincoglioniscono noi donne.

Spiegami come hai fatto a farle venire tutte bionde le tue piccole, perchè tu sei nero e scuro di incarnato: ma cos’è che fate, andate in una clinica eugenetica? Fate un test del dna precedente all’accoppiamento per vedere se la mescolanza viene fuori uber-caucasica? Ci vediamo questo inverno, dunque. Mi vuoi offrire un tea. Accetto volentieri, la conversazione con un uomo, per quanto stupido, non raggiunge mai il tedio e la disperazione di un dialogo fra donne – le lamentele, l’incapacità di alzare gli occhi, la concentrazione sulla fissa del giorno, lui che ha fatto, lui che ha detto, lui che non mi vuole, lui che non mi vuole abbastanza, lui che prima era meglio, lui che te non lo conosci, lui non è così. Se proprio devo parlare di lui, preferisco farlo con lui in persona. E’ bello l’inverno, è vero, mi hai fatto un buon augurio.

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Lui ti porterà l’acqua con le orecchie

Vasnetsov_Nesmeyana

Per essere servite e riverite da un uomo bisogna imparare dalle donne pigre e scontente.

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Un certo peso.

Qualche anno fa sono stata invitata a valutare un immobile di grande pregio, con parco, con statue, con vigne, con piscina di acqua di mare a sfioro, con l’elicottero parcheggiato, con le torri romantiche, con il sono system nel parco, insomma con tutto quello che uno si aspetta nella magione di un milionario che è partito da niente. L’oggetto più interessante era sicuramente il figlio, mio coetaneo, che avrei valutato più approfonditamente senza nemmeno ricaricare la mia famosa parcella oraria. Avevo appena sgravato, con un peso corporeo specifico di ottantasei chili. Ne avevo persi solo sei durante il parto: avevo approfittato dei nove mesi per rifarmi di tutte le tagliatelle mai mangiate prima, per ingozzarmi di gelato e per bere litri di coca cola. Ricordo ancora con grande gioia l’ingollare tutto, sempre, senza problemi.

Dopo un’ispezione accurata ci eravamo seduti, ci avevano dato vino bianco fresco e succhi di frutta. Per non fare vedere le braccia come cosce e le cosce come alberi ero vestita come a febbraio, con uno sciarpino che coprisse il doppio mento. Il giovane coetaneo, invece, era in magliettina bianca fina fina e jeans accomodati su terga strepitose. C’erano anche i suoi dodici figli biondi e, dopo poco, la ninfa che aveva sottratto al suo habitat naturale e sposato. La valutazione era finita nel sangue, come al solito, e non se ne era fatto di nulla – la magra consolazione è che il castello è ancora lì, e che forse avevo ragione a dire che dentro di sè, loro non lo volevano vendere per niente. Mi ero alzata sperando di vanificarmi, eppure come un pachiderma ero rimasta, fisica, ad occupare uno spazio di ottanta chili circa. Il giovane figlio mi aveva accompagnato, così come si fa con le vecchie senza denti, e aperto lo sportello della macchina. Ero sparita, purtroppo non del tutto.

Qualche mese dopo ci eravamo risentiti, il giovane aveva preso le redini di un carro che non aveva assolutamente bisogno di essere guidato e voleva che ci mettessimo in affari insieme: ero piaciuta. Daltronde donne di stazza chilometrica e con figli sono statisticamente un jolly da assumere perchè non comportano complicazioni come storiacce sul lavoro e in genere: solide di caviglia, solide di morale. Ci eravamo rivisti, a quel punto io navigavo sempre nella settantina di chili – e mi sembra straordinario ricordarmi il mio peso giorno per giorno ma dimenticare i nomi delle persone: che cos’è, una sindrome? Voleva un ufficio assieme, avevamo vagliato qualche posto, poi era sparito.

Qualche anno dopo ci siamo sentiti ancora, mi aveva invitato. Sarei dovuta andare al castello, per celebrare il suo nuovo accoppiamento con la donna cerbiatto, un esemplare di caratura ancora superiore al precedente, di circa ventidue anni. Mi avevano spedito le foto, lui ci teneva al fatto che io, e molti altri probabilmente, vedessimo quale popò di femmina si era accaparrato. Avevo declinato perchè non ho nulla da mettere in queste situazioni e perchè avrei passato la sera a piangere, a pensare a quanto sono inadeguata, a vergognarmi perchè non so attaccare discorso se non riguarda il lavoro o un passato comune.

Oggi navigo nella sessantina (chili e anni interiori). Di tanto in tanto vado su internet a cercare le foto del giovane uomo che anni fa incontrai nel castello e davanti al quale agitai due chiappe improponibili. Mastodontiche. Lo ritrovo con la cerbiatta, su qualche rivista, in qualche flickr, su Getty Images. Cerco lei, prima di tutto, perchè le forme del suo volto sono perfette e io spero che un giorno, a forza di guardarle, mi capitino pure a me. Lui ora ha i capelli striati di grigio e il naso rosso di chi ha sbevazzato un pochino troppo e veste di bianco sempre, o forse tutte le foto sono di Saint Tropez. Forse vivono a Saint Tropez, in piscina, con un sacco di gente vestita da gladiatori – quella foto lì non l’ho capita bene. Spero che lui mi chiami fra dieci anni, per allora sarò nella cinquantina, sia esterna che interna.

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Mi Arrazzo [Antonella]

Marrazzo dice che i trans “sono donne all’ennesima potenza, rassicuranti”. Essendo uomini non stupisce che sappiano capirli meglio delle donne. Ma su quella ‘ennesima potenza’ mi domando che mamma abbia avuto lui, visto che l’imprinting del femminile ad un figlio lo dà la madre.