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Nella vecchia fattoria

Juanita de Paola

Nei miei piani del futuro prossimo c’è quello di aprire una fattoria, abitazione e scuola, con le galline e se mi piglia il coraggio qualche bel maiale. Una rete wi-fi così sostanziosa da potere alimentare i frigoriferi, certo, e attrezzature informatiche dure, soffici, volatili all’avanguardia. L’importante è che la musica esca con i bassi, amo i bassi che mi rimbalzano sulla pancia – tutto il resto arriva secondo.

Mi dedicherò al marketing ma anche all’orto, non nel senso che tiro su i pomodori ma che li colgo e li affetto e li mangio. Magari posso anche innaffiare una o due volte al mese, ma l’atto pratico ripetitivo mi annoia a morte, quindi è bene che altri si dedichino al verde. Io, piuttosto, arrotolo i cavi.

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Ostaggio.

brufolazzi

Sono ostaggio di mia figlia Mezza Pinta – ovvero della banda di adulti che qui sono impegnati ad asservirne i desideri. E vuoi i cartoni? E tesoro vuoi che camminiamo fino al parco? E ciccina ti andrebbero le pizzette sulla griglia e il gelato al caramello? La bambina, bersagliata di domande e offerte, è completamente rincorbellita e piange ad ogni schioccare di dita. Mi odiano tutti, in genere, ma oggi di più perchè ho fatto saltare la piscina alla fanciulla, povero cuore: avevo voglia di ronfare sul divano, sudare, appiccicarmi i capelli sulla guancia. No guys, I don’t want to go to the bloody pool, it’s my f** holidays too. Rivendico il diritto di essere una creatura spregevole, che antepone sè stessa al rinfrescamento della figlia, per una settimana all’anno.

Per dimostrarmi continuo disappunto, a turno hanno chiamato la signora della piscina, no we can’t come, sorry, con lo stesso tono dei piloti di Enola Gay – yes, we are bombarding in ten, nine, eight. C’hanno il muso. Hanno praticato musica anni ottanta per il pomeriggio e acquietato la mia adorata Radio Toscana Classica, che quassù si sente con 93 punto qualcosa. La bambina, forte del supporto di cento maschi che non se ne fa uno perbenino a mescolarli assieme, mi ha parlato tutto il pomeriggio e mi ha riempito di bacini, leccatine, pizzicotti e tutto quello che serve a disturbare la visione di National Geographic “Zanzare Tigre contro Ciabatte di Suora”. Uno ha persino fatto finta di andare a fare la spesa ed è andato alla piscina, probabilmente per dire che razza di maledetta sono.

Si rompono le amicizie per i bambini, che diventano nano estensioni delle nostre peggiori abitudini: quello che salta a tavola, quella che urla e va accontentata, i gemelli che dipingono le mura degli altri coi pennarelli. Piccoli re senza trono ma con un sacco di trombette. La mia povera figlia, cui viene impedito di annoiarsi e creare qualcosa col suo cervellino. La figlia della moglie di Coso, la cui maleducazione è superata solo dalla voglia della madre di sistemarsi nell’alta società. Il figlio di Cosa, che tira i pugni a me e agli altri bambini, mentre la mamma con tono mellifluo lo redarguisce col sorriso.

Bambini che hanno finalmente il diritto di fare quello che a noi non è stato concesso: masticare cingommi di un chilo, alzarsi e rialzarsi dal tavolo, urlare, fare i capricci. E noi, bamboccioni, dietro a questi nani malefici cui è stata regalata la triade dei desideri di Aladino – Avete il menù bambini? Signora, siamo in Toscana, i bambini li tolleriamo purchè mangino il cinghiale. Mi spiace, oggi niente piscina. Sono disposta a sorbirmi l’ostracismo e il malumore, persino la play list dell’Inglese. Quello che proprio non potrei tollerare da viva, è vedere la trasformazione della piccola bambina in un grande problema con la frangetta. Metti in fila, baby, queste sono le vacanze della mamma.

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In pienezza. Senza farsela addosso (magari).

juanita

Il lato ludico della bambina inizia ad essere tarpato da piccina, quando ci infilano (o infiliamo) vestitini tutti appuntati per sembrare belline, e buonanotte ai salti nelle pozze d’acqua. Anche a scuola ci sgridano se stiamo sedute a gambine larghe, mentre ai bambini raramente viene chiesto di stare seduti in maniera compunta: eppure tutti e due abbiamo gioielli da tenere segreti, da custodire. Salvo genitori sani di mente, e non è più così scontato, si arriva all’adolescenza, dove finalmente possiamo privarci di ogni gioia del palato per mantenere un aspetto longilineo. E’ di questi tempi che iniziamo a padroneggiare la tecnica del passarsi le dita fra i capelli, bella consolazione, o darsi lo smalto di colore non ortodosso.

Il tempo di divertirsi un pochino, la lontananza universitaria da casa certo aiuta, che istruite fin da piccole notte e giorno all’idea dell’accasamento, lasciamo che la chimica faccia il suo corso e ci mettiamo alla ricerca dell’altra metà, o dei figli, o della casa bella, in collina, tutta pulita. Raggiunto l’obiettivo inizia la vita vera, quella di tanta fatica e hobby modestamente soddisfacenti, come il burraco del martedì o la parrucchiera del venerdì mattina. Ma io volevo fare la ballerina a Broadway, esce una vocina flebile ogni tanto, ma è già arrivata l’ora di girare la pummarola e bisogna pensare alle cose serie, mica a quello che si voleva fare nella vita.

Le donne invecchiano fisicamente meglio, certo, annullando la propria attività cerebrale e dedicandosi ad attività manuali: l’infarto, l’ictus, quello lo lasciamo agli uomini, che a sessantanni trovano nuova linfa o nella caccia al cinghiale muschiato o prendendosi una terza laurea di nascosto, quella che permetterà loro di partecipare al Grandioso Campo National Geographic in qualità di Addetto alle Zanzare Tigre. Mi posso immaginare i mariti passati a miglior parte tirare un sospiro di sollievo, da lassù, guardando le consorti sopravvissute che spolverano gli armadi col cotton-fioc e l’alcol, per altri dodici, venti, quaranta anni – è vero, un ippopotamo mi ha spezzato la colonna vertebrale in sei pezzi, ma almeno non mi sono puppato le cresime dei bisnipoti.

Per quanto mi riguarda, io so già come invecchierò, se il Signore mi dà la grazia di avere la salute: aprirò un posto per ragazze dai settanta in su. L’Inglese mi avrà già lasciato, a buon diritto, per una più mansueta. Mia figlia avrà già imparato ad attribuirmi tutte le sue magagne e starà vivendo in qualche capitale chic, magra come un osso e vestita molto bene. Quindi avrò pieno diritto sulla mia esistenza e sarò, di certo, obesa. Finalmente, dopo anni di privazioni, mangerò sei primi a pranzo e quattro dolci per cena. Metterò delle tagliole per il dottore della mutua. Noi ragazze assumeremo uno chef moro argentino e un badante svedese di trentanni, entrambi gay per non sentire lo sfinimento ma abbastanza mascolini per poterne osservare i movimenti quando ci cambiano il pannolone o servono il consommè con l’ovino.

Noi ragazze avremo anche un insegnante di programmazione, e faremo le hackers contro gli enti che erogano le pensioni integrative, le banche e i pensionati orridi regionali e para-privati. Ci metteremo in bikini a pois, in culo a chi prende in giro le donne rugose e avremo una piscina di acqua salata, a sfioro, riscaldata perchè c’abbiamo l’osteoporosi. Farò testamento, specificando che lascio tutti i miei beni a quel ragazzo che mi porta il vino a casa, e mai a nessuno dei nipoti malefici, che ti girano attorno come condor quando hai una zampa ferita. Il mio amico Z ci farà delle compilations da ascoltare, di certo, per non rimanere indietro e diventare uno di quelli che dicono ma com’era melodica la musica prima.

Avremo una Locanda, con molte stanze, dove ospitare artisti che carezzino il nostro animo ancora curioso. Attueremo un corso per insegnare alle giovani donne come si può essere felici, nella vita, quando si decide di vivere così come Nostro Signore, o la Natura, voleva: in pienezza e senza paura. Si discuterà parecchio, credo, e avremo un orto dove coltiveremo anche la Maria, perchè placa il dolore e se ho voglia di stonarmi non vedo perchè lo stato dovrebbe impedirmelo. Inventeremo il Festival delle Ragazze, in cui sia obbligatorio farci le treccine di lato che ci piacciono molto e mettere i gonnelloni: nessuno ci sgriderà, chiaro, perchè le regole le facciamo noi. La cirrosi, certo, mi darà un pò noia, ma sono sicura che fra una trentina d’anni avranno già inventato qualcosa per tenerla a bada. E anche per non pisciarsi addosso, se tutto va bene.

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Caffè. Noi. Gli altri.

juanita

Mi piace il caffè nella tazza senza il manico, così la devo stringere come le mani di un amico cui si vuole molto bene e non posso fare altro a parte bere la miscela nera –  non posso rispondere al telefono o aiutare qualcuno a fare una cosa, raccattare pezzettini di carta o girare la pummarola, che da venti anni e passa so fare solo acquosa. Il caffè ha un effetto, quindi mi piace molto. Il vino, anche, ha un effetto intorpidente, che mi piace molto. Le cose che mi garbano di più nella vita hanno tutte consequenze indipendenti dalla mia volontà: l’eccitazione, il rimanere svegli, la rilassatezza che non ha paura dello sconforto degli ospiti, il catturare immagini che poi sono diverse da quello che era programmato, la musica che entra sotto pelle e ti ricorda senza perifrasi chi sei, cosa vuoi. Se vado all’inferno, la mia punizione sarà mangiare, bere e fare cose che non abbiano effetti evidenti. La mia medicina preferita è il Toradol. Infatti.

Adoro la prima tazza di caffè della giornata, perchè so che ne buscherò molte altre: diluite nel latte e con qualche biscotto al grano saraceno, che quando lo infili in bocca diventa una mappazza da mezzo chilo: odio la pasticceria danese, tutta secca a burrosa allo stesso tempo, che mi lascia le gote vuote. Mi piace la quantità e, come ulteriore passo, la qualità – ma lo stomaco pieno mi dice più del palato entusiasta. Oggi ho il collo bloccato dalla tensione, come al solito, perchè la domenica è il mio lunedì: è il giorno in cui gli ospiti si sistemano nelle ville che affitto e gli impianti idraulici si rompono, l’aria condizionata si inceppa, tutto quello che richiede un tecnico, se può andar male, lo farà – questo nonostante collaudi preventivi e certificazioni, perchè la Legge di Murphy c’è. Il punto è che il dio degli affitti mi vuole ricordare che non esistono gli elettricisti che lavorano la domenica –  e che io non risiedo in Olimpo City. Fair enough.

Davanti a questo caffè mi chiedi se la scelta che abbiamo fatto è stata posata, se ti amo, se mi ami, se siamo certi. La verità, quella che non vuoi sentire, è che sarebbe bastato un piccolo bruscolino per cambiare tutto. Ti ricordi quando ti ho detto che andavo a dormire da Cosa? Quella sera c’era anche Coso, no non lo sapevo, e sarebbe stato anche lui un papabile qualcuno nella mia vita se non gli fosse morto qualcuno quella sera. Destino. Oppure ti ricordi quando ti ho detto che non importava che tu ci fossi? Che era lo stesso? Non era vero, ma mi hanno tirato su, sono venuta così, cerco di non forzare mai le persone: ma meno male che c’eri. La verità è l’ultima cosa che ognuno vuole sentire, pare, e quindi rispondo bene. Come tu vuoi.

Chiedimi come mi va il caffè oggi, perchè qualche volta mi piace senza latte e senza zucchero – solo se è fatto bene. Non il mio, quindi, che fa schifo. Ho preso questo da mamma, invece che tante altre cose buone: non so fare il caffè. Ma almeno lei sa fare le lasagne, e la pasta in casa, io nemmeno quella. Camminiamo in città, mano nella mano, a difendere quello che nessuno vuole attaccare a parte noi: noi. Guardiamo la piccola che ci somiglia e ringraziamo il cielo, lo so, anche se non ci diciamo niente. Mi guardi senza parlare e mi chiedi cosa c’è che non va: nulla. Tutto. Qualcosa. Non ho certezze granitiche, e nemmeno tu se non sbaglio, allora perchè mi fai quelle domande: siamo qui ora, no?

Verso l’ultima tazza di caffè, quella della sera che non mi fa dormire, e ti chiedo di potere ascoltare Silencio. Annuisci e ti metti le cuffie per ascoltare la tua musica. Certo. Peccato che abbiamo solo due salotti – ci meriteremmo un castello: adesso andrei nella mia ala a scrivere fino alle quattro, poi starei lì sperando che tu colga il segnale, che tu mi raggiunga con un pò di pane e salame più una bottiglia di vino ottimo, per passare la notte a raccontarci la verità che non ci siamo detti: ce n’è così tanta. Brindiamo allora amore mio, siamo due poveri cosi che resistono assieme con onore, nonostante là fuori ci sia quella strada che abbiamo deciso di non percorrere: la mia verso i conigli e l’orto, la tua verso il patio bianco. Identiche sono. Identici siamo.

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Pùm.

Ci metto un minuto a ritrovarmi lì dove mi hai lasciato. Ritengo questo un privilegio, un errore magnifico del mio cervello e un dono per questa vita qui, quella da Juanita che lavora come un calvinista ma pensa come un messicano obeso. In questo turno mi è stato affidato un corpo tutto sommato gradevole ed una faccia espressiva, purchè io non sia accigliata e allora sembro mio padre con un mocio in testa – mio padre è un bell’uomo, ma non è punto una bella donna. Quindi io sono sempre qui, me ne accorgo perchè quando ti rivedo te sei diverso e io sono quella di prima. Per farti un esempio: se tu mi chiedessi qual è la scultura più bella d’Italia come facevi di notte davanti alla chiesa in piazza, quando mi guardavi ed ero abbastanza per tutto o per niente, io ti risponderei senza esitare “Emicrania”, che è quella statua al Galluzzo sotto la quale io e te abbiamo cantato (?) e suonato tutta la musica possibile. Tu, non te la ricordi, io lo so. Ogni tanto la chiamavamo “Lunedì”. Ci vediamo all’Emicrania.

E io arrivavo coi tacchi, ci mancherebbe altro, sull’asfalto malefico fiorentino – che non mi è mai appartenuto – con un cappello a tesa larga per farmi notare il più possibile. (E il poncio d’Inverno). E il vestitino bianco d’estate, quello con le maniche  a sbuffo appena accennato – Mezza Pinta dice, mamma quelle sono eleganti, non quelle corte. Cambiati mamma. Poi ci dirigevamo in una direzione pericolosa, che non avremmo dovuto camminare, e si rideva come pazzi – ma di cosa poi. Ma l’eccitazione, la gioia pura, quello io ce l’ho scritto ancora qui: eravamo il popolo eletto, i due che avrebbero ricreato il genere umano partendo dalla citronella. Non è successo, ci siamo ritirati tutti e due senza infierire, senza inventare: basta così? Basta così. Si può dire di tutto, ma non che si sia stati pavidi, o volgari. Noi con lo schiocco di un dito ci siamo annoiati e dimenticati.

Non avrebbe resistito quella cosa ad una routine di tre per due, fidaty card, iscriviamo la bimba qui, no lì, no cattolica, no stilita. Quella cosa, a dire la verità, non avrebbe nemmeno dovuto varcare la cucina: per continuare avremmo dovuto comprare un attico mansarda senza aree comuni, con una vasca coi piedini e molto spazio balcone con le piante sconnesse, disordinate: solo un popolo geniale come quello inglese poteva inventare un giardino che si bea della sua sporcizia. Non saresti piaciuto a mio padre, questo te lo posso sottoscrivere, per via della tua abitudine a vestirti come una checca – pare che questo sia un tratto per me attrattivo.

Insomma ti sposi. Insomma ti sposti. Torni nelle materne terre mallevadrici, nella bifamiliare rosa. Mamma sotto e te sopra, così come nei di lei sogni reconditi. Si somigliano un pochino le due, parecchio a dire la verità ma te ne accorgerai a breve, non ora che sei ancora accecato dall’idea che sia possibile cominciare da zero dopo i dodici anni. E che male c’è? Nessuno. Solo che te non ricordi, che una sera, sotto “Lunedì” io e te, con la chitarra in mano, abbiamo guardato due disgraziati passare ed essere brutti, con lui che blandiva la belva feroce che aveva al fianco – e più lui guardava in giù, e più lei sibilava come un’aragosta nell’acqua. E tu mi hai detto “se divento come quello sparami”. Eccomi. Pùm.

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Non ti chiamare vecchietta.

La professoressa Mannori ci diceva di essere estremamente umili e a me, in particolare, ordinava di scrivere solo di letteratura: il tema personale lo deve evitare, mi dava del lei, concentrarsi su Dante, o quello che vuole. Ma non scelga il tema a piacere. Cosi’ facevo, e sul sesto canto avevo preso sei e mezzo. Il voto più’ alto nel triennio classico. Lei, la professoressa Mannori, recitava. Sapeva. Mi faceva una paura cane, e ancora oggi non sono punto certa che le direi che ho un blog. A dire la verita’ so con sicurezza che non menzionerei la parola “blog” per non irritarla. Diceva: si scrive Ora, cos’e’ questa cazzata di Adesso? Te l’immagini? Professoressa ho un blog. E lei mi stacca la testa con un morso. E io chiedo scusa se sanguino.

Mi aveva dato un compito, mi diceva vediamo se riesce a venirne fuori, a imparare a scrivere. Io annuivo ieri come oggi, perche’ ancora oggi ho sempre paura che qualcuno mi sgami, che mi dica ma come ti permetti te di avere un blog? Non capisci niente. Se me lo dicessero starei zitta, ecco. Ci farei due lacrime dopo, ma non ho più’ il conforto della professoressa Mannori che mi offende e mi fa stare in binari certi. Magari miseri, ma sicuri. Onesti.

Mi ci sono voluti venti anni per capire cosa diceva la professoressa, e con questo non voglio dire che leggendomi oggi sarebbe compiaciuta. Bisogna usare i nomi giusti per le cose, bisogna misurare le parole, e lasciare l’ironia da parte se si vuole prendere una posizione ~ e’ importante farlo a un certo punto, esprimersi in maniera semplice per farsi capire, accettare la possibilita’ di essere nel torto come nella ragione. Certo, la delicatezza e’ sempre una buona via – poco asfaltata ma panoramica.

Nel caffè’ storico del mio paesello stasera c’e’ un ritrovo di macchine d’epoca, con relativi possessori. I signori indossano divise pittoresche, le signore hanno vestiti di tipo charleston. Con velette e cappelli, ventagli, schiene nude. Ci sono forse tre o quattro ragazzini, ma la maggioranza degli invitati alla cena celebrativa sta fra i cinquanta e molto di più. Qualche vestito somiglia a quelli del liscio: elaborato, flamboiante. Gli scolli sono profondi e forse un po’ azzardati, e’ vero, in qualche caso: ma sono profumi buoni, di marca, unghie fatte bene, persone eleganti. Quella col vestitino nero e i tacchi troppo alti sono io fra ventanni, dopodomani. Penso. Mi piacerebbe, ha l’aria felice. Si sente ammirata.

Una ragazza al bancone ride e dice guarda guarda le vecchiette arzille. E mi ricorda che e’ di una cosi’ che avro’ paura, quando mi inviteranno a rimettere le scarpe coi tacchetti, fra un po’. Certo la ragazza, la donna, e’ molto carina. Una bellezza regolare, senza sussulti, sottolineata da cotone aderente e braccialetti estivi. Ride di lato, come chi non ride di gusto, e vorrei dimenticarmi di lei ma non ce la faccio. Seguo il suo sguardo divertito, sarcastico, sulle signore. Il suo trattamento tocca alle donne, gli uomini non sembrano darle noia. Io spero di essere clemente. Spero di essere sorda anche, per non accorgermi di essere schernita per la mia carne pendula. Più’ di tutto auguro a me stessa di non sentirmi pronunciare la parola vecchietta, che non esiste, se non negli almanacchi di Nonna Abelarda.

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Quel che pare a noi. Non a voi.

Juanita

Avete registrato il mio accesso alla Redoute, una specie di postalmarket dove vado a vedere che vestiti stanno bene alle persone, magari immagino di comprarli – poi non ho voglia. Avrete registrato anche il mio accesso su Holy Moly, quel sito di gossip, e poi al Corriere. Immagino che il cookie, il biscottino, di YouPorn sia stato depositato nella memoria storica del browser, anche: ero certa di avere visto quella cameriera bionda da qualche parte, e la troverò. Ci potrei scommettere milioni e milioni di euro. Non che io abbia poi voglia di scriverne, non mi interessa quello che fanno le donne con il loro mezzo, salvo quando poi ricoprono cariche ministeriali per cui non sono preparate. Ma solo perchè non sono preparate: credo nella redenzione continua, nella capacità dell’uomo di rigenerarsi una volta al giorno, figuriamoci se mi lascio impressionare da qualche marchetta.

Avete messo un segnaposto anche su Template Monster: è lì che vado a vedere come disegnano ora i web guru quando hanno da rappresentare viaggi, foto, altro. Non lo faccio più, ma mi dispiace parecchio. Sono sicura che avete preso il calco delle mie orme su You Tube, nell’area dei tutorials in cui si impara a riprodurre Jill Scott. Non so se registrate i giri che mi faccio sulle foto degli altri su facebook, ma se io fossi in voi lo farei: quale occasione commerciale più ghiotta di me che vado a controllare le foto in costume e dei matrimoni di tutti quelli che le mostrano. Chissà che capitale si può fare su di me che mi metto al piano e provo a fare quel si bemolle nona settima quarta undicesima sotto sopra. Chi lo sa quali ricchezze spropositate può ottenere una società imparando che amo guardare il sito di Sartorialist fino a che mi ricordo tutto, fino alla nausea, per cercare di capire l’arte del colore che si abbina con le scarpe: non compro nulla, niente, non mi interessa. “No grazie, non mi interessa. Tenete un euro per il caffè”.

Comunque voi fate il vostro dovere e avete capito che io lavoro con gli immobili e allora, in mancanza di indicazioni efficaci, mi sciorinate tutti i miei competitors sulla barra di sinistra: mi spiace, non ci compro nulla nemmeno lì. Anzi, sto religiosamente segnando tutti quelli che acquistano una campagna AdSense su Google con l’intento programmatico di non utilizzarli mai: non posso premiare chi mi intralcia la porta della casina virtuale come un piazzista di Geova, no, lo devo punire. Mi fate apparire anche prestiti, non so come avete capito che il mio conto in banca è allegramente banale, eppure a me hanno insegnato che se non ce l’hai, i soldi, non ci puoi comprare le cose. Che se te li prestano è perchè li rivogliono indietro con gli interessi. E che gli unici che ti fanno i favori sono la mamma e il papà, se tutto va bene.

Insomma mi avete intercettato. Affari vostri: avete sprecato un monumentale quantitativo di energie dietro a una che si deve ancora comprare le scarpe dell’estate e che si è commossa quando le hanno detto “il tuo mac sta esalando l’ultimo respiro”: e che cacchio, siamo stati assieme sette anni con quel monumento alla funzionalità. Datemi tempo. Vi perdono, perchè non sapevate a cosa andavate incontro.

Quello che invece io non vi perdono è l’avere tarpato le ali alla farfalla della conoscenza, alla ricerca su internet che si è involuta da algoritmo ricerca di parole chiave a equazione del bisogno di acquisto. No, non sto cercando l’agriturismo con l’animazione per i bambini, sto cercando una foto di Volterra, perchè non ci sono (ancora) stata. Non sono i Sofitel che cerco a New York, anzi, non ho ancora deciso se starò da un’amica. Nel frattempo volevo saperne un pochino di più, volevo vedere se è possibile stare in casa di sconosciute certificate, che di un viaggio senza nuove amicizie non me ne faccio di nulla. No, non voglio partecipare all’orgia di massa di Groupon e acquistare seicento kit sbiancanti per i denti: si fa dal dentista quella roba, se no il tartaro dove lo metti, sotto la candeggina? Io fumo. E bevo molti caffè. Non andrò in un residence di merda in Calabria a centotredici euro al mese se altri settecento ci vogliono andare, ma mi riservo il diritto di vedere un volantino su un giornale e prenotare per il giorno dopo. Solo perchè l’ho visto in un momento felice.

Non faccio quello che mi dite, quando me lo dite, solo perchè mi fate lo sconto. Non trovo quello che voi volete che io trovi: mi sono infurbita, so quali parole chiave devo evitare per non avere risultati con prezzi annessi. Certe volte voglio solo sapere se esiste una telecamera che filma un panda che cresce in Cina. Tutto lì. Ma vi chiedo: pensate davvero di stare guadagnando qualcosa? Le politiche utilitaristiche e a breve termine involgariscono chi le pratica, non chi le deve subire. Non appena trovo un nuovo motore di ricerca, meno cool, meno scafato, io ci migro – e non sono la sola: e agli inserzionisti che gli raccontate? “Ci siamo persi gli utenti”. Saranno ragni amari.

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90 (la Paura)

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La mia strategia contro la prova bikini è quella di avere creato una società che lavora al suo massimo dal primo di giugno al primo di ottobre. Ho ogni fortuna, perchè posso andare al mare di mercoledì mattina, alle sei e quaranta, noleggiare un barchino e andarmene al largo senza dovere tollerare figli e mariti che non siano cosa mia. E già è difficile coi tuoi. Oppure posso arrivare al primo di settembre bianca come un parmigiano reggiano, con l’aria trionfante di chi ha provato a risollevare le sorti dell’economia internazionale tutto da sola, con due braccia. In ogni caso posso saltare il vacare e lamentarmi acquisendo rispetto dalle folle – le dodici persone che frequento.

Devo stare attentissima a diradare gli incontri amichevoli nello stesso periodo, perchè sono tesa come come una rete da tennis a Wimbledon. “Ah, ma te sei questa qui?” si domandano con gli occhi tutto attorno quando vegeto, a sera, sulla seggiolina del parcheggio, l’unica dove non passo altro che io e i due matti ormai amici. Non respiro, sussisto. Rispondo a monosillabi, sono davvero preoccupata che i clienti siano felici, che Rupèrtolo, il dio che governa i canali stranieri, non abbandoni l’antenna della villa storica sopra Firenze – tanto bella, ma vecchia, disfunzionale. Prego che Tùbolo, la divinità che controlla le rotture dei tubi di domenica, mi sia amico. Che Coop non trasmetta l’escherichia coli ai miei clienti: non ho ancora imparato del tutto a separare pubblico, privato, lavorativo, personale, emotivo, razionale. Sta tutto lì, mescolato in un speriamo che mi vada tutto bene.

Passa un cane senza coda, è di sicuro un segnale nefasto. Lo segue F, che tutte le volte che lo vedo me ne capita una: scusa Madonnina, sono tanto superstiziosa, non lo faccio apposta. Lo ho visto ieri e mi si è presentato uno strozzino in ufficio sotto mentite spoglie, forse a sentire che aria tirava; vendo soldi, mi dice. Annuisco, non riesco a dire niente di quello che mi passa in testa – andate via, mostri. Accompagnato da un cieco e da un povero vecchio che invece di pensare ai soldi dovrebbe mettere in olio l’anima, risucchiata. F lo ho visto stamani, di nuovo, e un gruppo di anonimi orgiastici mi ha minacciato e ricattato telefonicamente per entrare in una villa senza darmi alcun nome – paghiamo in contanti: via, brutti lerci. Non nelle mie ville. (Madonnina, te l’avevo detto che quello porta più rogna di una maga che leva il malocchio).

Passa B a trovarmi, profuma come un mazzolino di fiori anche se si lamenta del caldo. Sembra un pasticcino, lei, sveglia come un furetto, con una ciliegina sulla testa. Mi portava a giocare a tennis tanto tempo fa.  Mi piacciono le persone che non cambiano gli occhi nel tempo, e i suoi sono ancora puliti, allegri, curiosi. Tutto il contrario delle fessure, morte, di quelli che sono venuti a turbare il mio piccolo mondo lavorativo: spenti, venduti. Il vostro feticcio è fetido, signori. Scherzavo, non lavoro qui, non vorrei essere qui, io suono la chitarra e sono felice così, portate via codeste carcasse che chiamate corpi, e non vi dimenticate le spugne putrescenti, le vostre anime: vi siete venduti ai soldi, e ora raccogliete quello che avete seminato. Il vuoto. Ma vi supplico, non venite a calpestare il mio orto: c’è qualche spinacio, due o tre pomodori, è tutto da fare è vero, ma ci sfama tutti ed è rigoglioso. Felice.

Mamma mi ha regalato Django Reinhardt, so che al quarto ascolto consecutivo starò meglio. Mi faccio tanti caffè. Oggi niente corsa, oggi niente capelli da asciugare, nessuna depilazione o fondo tinta: io, davanti allo specchio con la mia lieve cuperose, a darmi dell’imbecille: quante volte mi devo dire che il mio stomaco sa prima del mio cervello cosa devo fare? Avrei dovuto dire no, non venite. Avrei dovuto dire una bugia, forse, per mascherare la paura. Avrei dovuto fare la pazza, spaventarli, farli correre via. Meno male che c’è il gelato e che si può ancora andare a letto alle dieci senza che il governo ci metta una tassa. Meno male che c’è la lingua: devo raccontare questa storia a tutti, mi devo fare confortare, non ci sono segreti e non c’è vergogna quando non si fa nulla di male. L’Inglese dice che nulla succederà – e che devo smettere di dire sempre di sì. Io gli do retta stavolta.

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Ma te mi vedi sempre come prima? Come no. Il doppio ti vedo.

Juanita

Certe ragazze sono predestinate alla sofferenza. Si accoppiano in genere con uomini in mocassino, con i denti all’indentro – come le balene, i gemelli e l’aria di chi ascolta le canzoni di Frank Sinatra senza poterselo permettere: insomma, My Way poco si adatta ai ragazzini o agli ometti. Bisogna avere combinato dei pastrocchi terribili, avere dormito con anatre e maiali, reggere litri di champagne senza sentirsi in colpa, per potere ascoltare e cantare quella canzone a squarciagola. Conosco questi splendidi istrici con cui escono mediante le loro parole, e quindi non è che mi fidi molto – il diavolo riposa nei pensieri attorcigliati delle donne e si crogiola nelle azioni dissennate degli uomini. La camicina a righe, il piccolo sigaro, la giacchetta con lo stemma di famiglia – inventato, nella quasi totalità dei casi, la macchinona: questi ragazzi sono in cerca della puledra da corsa fin dalla tenera età, e indossano qualunque cosa aiuti a trovare l’agnello, quella da cui tornare religiosamente dopo ogni tradimento.

Altre ragazze sono dedite alla sofferenza, che è diverso. Il cercare bersagli impossibili, uomini interrotti, ragazzi emotivamente bloccati ai sedici anni o ad un ideale di donna inesistente, fumettistico, è la loro specialità. Non è lo spirito da crocerossina, come in genere scrivono i giovani psicologi sui giornali femminili – nella rubrichina la posta del cuore, bensì un feticcio. Una gioia. L’infinito piacere di rimandare a mai la concretizzazione di un amore. Il desiderio del ricomincio. La forca. Il dimenticarsi di ieri per potersi scordare di domani. L’idolatria della vita come somma di attimi gustosi che si susseguono. L’uomo che fa soffrire, in questo caso, è un uomo specchio: non conta nulla. Quello che importa è non poterlo avere, possedere, per sentirsi vive. Ogni donna eterosessuale passa da questa boutade, che credo si traduca anche come puttanata, verso i venti – e poi abbandona la nave boho-chic.

Poi ci sono tutte le altre. Quelle che guardiamo il babbo e la mamma per vedere come funziona ‘sta cosa della coppia, mescoliamo con vento di Passioni (ma dov’è lui biondo indianizzato?), aggiungiamo Beautiful e sottraiamo la sindrome premestruale. Radice quadrata di impegno, in logaritmo naturale di “farei anche più sesso amore, se solo amassi vedermi nuda”. Queste, noi, ci troviamo appaiate con uomini che fanno parte della categoria paritetica – ma non dovevamo uscire a giocare a subbuteo? Ma dov’è la tuta da Uomo Ragno? Tempo indeterminato cosa?! Chi sono questi nani che mi somigliano? Perchè lei è così larga ora? Perchè lei urla sempre? – e assieme, campioni di improvvisazione, si procede a vista. In questo pellegrinaggio è importante ricordare la massima “Amore, ogni giorno che passa ti trovo meno interessante. E ti scelgo di nuovo, perchè tu scegli me. Nonostante ogni giorno che passa tu mi trovi sempre meno interessante”.

Sembra sempre, mi dicono sempre che suono come una vecchia senza cuore, senza amore. Ma io amo profondamente, cercando di non farmene accorgere. E la prima parte del conoscersi, quando ci si raccontano le storie della vita passata e si inventa a piene mani la persona che vogliamo ricordare di essere state, mi annoia a morte. Mi piace il dopo, quando ricomincia la tempesta, quando la sfida diventa insopportabile, quando siamo due tipi che affrontano un tifone dopo avere prenotato un soggiorno in un villaggio vacanza con l’animazione: cos’è questa cosa terribile, cos’è questa angoscia che mi attanaglia sul pianerottolo? Ah, sei tu amore. Vedo che hai preparato tu la cena stasera, che gentile. Grazie di avere usato tutte e sessantaquattro le mie pentole per bollire i sofficini e riscaldare i fagioli surgelati. Grazie di esistere, altrimenti non saprei proprio di cosa scrivere.