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Juanita de Paola travel

Riccardino caro, ma perchè non vai a giocare a burraco?

Juany

Riesco a vedere davvero posti nuovi solo se in compagnia di ignari: per farmi odiare un paese, una chiesa, un panorama, basta che ci sia un coinnosseur che mi spinge verso la vista più ganza, un erudito che abbia già prenotato nel ristorante più carino, più votato su Trip Advisor – ovvero del popolo minuto che alza la testa. Ora dopo ora il mio rancore cresce, diventa insofferenza. Rivendico il diritto di finire nel ristorante turistico che chiama chicche di patate gli gnoccacci del supermercato, col tavolo che dura quaranta minuti poi via, arrivano quelli dopo – per poi, anche loro, non tornarci mai più. Anzi, ritengo che il mio consiglio futuro – non andare da Mandarino se non vuoi trovarti in mezzo a un’orda impazzita di finniche obese con i vestitini a fiori e i calli alla zuava – valga molto di più di “prenotalì e ordina il delizioso trionfo di pesce sega”.

Un posto diventa mio solo quando ho sbagliato tutto, quando mi sono appostata a ore nel bar peggiore e bevuto il vino più cattivo consigliato dall’oste malefico e  tornando a casa ho accusato  malditesta. “Mio” quando ho finalmente trovato il menù coi pomodori che hanno quella forma sgraziata, saporita, senza acquiccia e un avventore che ama quello che fa, un matto che mi dia confidenza e una vecchia che mi racconti qualche storia. Diventa mio quando so dove lasciare la macchina, probabilmente a due miglia nautiche di distanza dal centro ma non importa: deve essere un posteggio largo come un campo da tennis, in cui si entra senza dovere fare retromarcia, che non mi riesce. Insomma “mio” quando ci troviamo nella nostra fase migliore: io avida e lui generoso.

Poi, un giorno, arrivo per caso nel migliore ristorante, il più raccomandato: me lo godo e mi rallegro di non averlo fatto prima – non sarei stata pronta. Cos’è questa furia di possedere le cose, i posti? Siamo matti, il godimento richiede una preparazione continua, altrimenti dura come uno starnuto. Un’altra volta cammino per cercare le sigarette o il Corriere, e mi scontro con un tramonto che mi ricorda che anche io sono amata, anche io posso portare le magliette con la spalla di fuori, che una vita dove tutto quello che voglio è un bacio ancora è possibile. Oppure ancora, di notte, cammino con le scarpe taccute in mano e i piedi stragiati dai sassetti, e mi metto a spiare qualcuno che sta sdraiato su un letto vecchio, con la luce gialla, con le travi, lì nel suo mondo che vorrei oloccare tutta la notte: penso spesso, mi manca la mia vita vissuta per intero “qui”.

Più di tutto mi piacciono le pietre che la sera hanno ancora il calore del giorno e se ti ci siedi sopra ti viene il sedere tiepido, il mare senza bagnanti, i ristoranti fra un servizio e un altro e tutti con le camicie slacciate, la sigaretta in bocca, i mormorii contro il padrone; la signora che torna a casa con le sporte della spesa per la tremilaottocentoquarantesima volta, che è papabile se è andata due volte alla settimana all’alimentari per gli ultimi quarantanni. Più di tutto mi piace la vita che c’è in un luogo, se solo me ne tocca un pezzettino, e deve essere la mia briciolina, non quella di qualche saputello col marsupio che ha letto il manuale di nonna papera su Lucca e dintorni: Riccardo caro, mi dispiace, a me quelli come te mi stanno qui.