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Juanita de Paola vita piccola

Sudori palpabili.

Juanita de Paola

La discoteca mi sembra oggi un acquario punitivo per pesci umani, un castello degli orrori dove doversi divertire e, quindi, parecchio triste – il motivo è ovvio, come scontata è la gioia di chi ci va a sedici anni, venti, trenta con la speranza nel cuore di trovare leggerezza, ritmo, un poco di stordimento. Io non ce l’ho con le discoteche, anzi, in tempi di genitori che sniffano e preti che si fanno i ragazzini all’oratorio, rimane tutto sommato uno stanzone caldo, sufficientemente stretto per compicciarci qualcosa, dove passare l’inverno senza morire di noia e appoggiarsi a vicenda – come dice C.

Non ho mai capito perchè nei ministeri dove si fanno cose per i diversamente adulti non sia capitato nemmeno per sbaglio qualcuno che sia stato, un tempo, giovane o intelligente. Ad esempio: perchè non ci hanno mai fatto dormire in brandine dentro la discoteca a chiusura? “Sei stanco? Adagiati sul materassone gonfiabile coi tuoi amici!  E domattina brioches calde per tutti. Per favore appoggiare le scarpe nel sacchetto di plastica”. Altro che afterhours: tutti lì, sudati e teneri, a fare le bave fino al mattino – e i nostri genitori a letto in pace. Suda e dormi. Svegliati e scappa. Quella che dorme sul divanetto fetido della discoteca a ventanni accanto alla cassa alta due metri sono io. “Ndiamo”. Quella che viene svegliata di soprassalto dai suoi amici per andare alla macchina con sedici gradi sotto zero e tornare finalmente a casa sono ancora io, elevata alla radice di stizza laterale sopra le orecchie.

Il paese dove vivo io è luogo difficile per i ragazzini, e la discoteca almeno ha sempre rappresentato un obiettivo che, alla fine, è risultato più innocuo delle tetre serate al chiuso a base di cannabis e depressione: tante delle ragazzine che cominciavano a prepararsi dodici ore prima per essere desiderate in pista, oggi sono mamme, donne più o meno realizzate, persone abbastanza stabili. Tanti dei ragazzini che si massacravano di domande e riflessioni attorno al cilum hanno invece intrapreso un percorso di implosione, tristezza, peggio, fuga dalla realtà. Qualcuno se n’è proprio dipartito, qualcunaltro è rimasto in stato semivegetativo, qualcunaltro ancora è in comunità: pochi hanno abbracciato la vita del mutuo, auto, partite, Lido di Camaiore.

Questo per dire che non tutti quelli che non vanno in discoteca sono contrariati da quelli che la frequentano, e non necessariamente rimanere a casa il venerdì a giocare a Trivial è segno di intelligenza più dell’entusiasmarsi per la serata house speciale con Dj Betrus. E per ribadire che mens sana in corpore sano, mi dico che in fondo si tratta di cardio diluita, fitness e step sui tacchi del dodici o dentro giubbottini abbastanza sgargianti (gay) come usa oggi: insomma, se io sono libera di ordinare da sola il tagliere da quattro di salumi e il menù degustazione per due, non vedo perchè qualche altro cristiano non possa decidere, nel pieno delle sue facoltà mentali, di andare in luoghi stretti e bui a sudare con la consapevolezza di non poter pisciare facilmente e dovere utilizzare bicchieri di plastica. Ci mancherebbe. Il peccato mortale, infatti, si annida altrove: nella playlist degli anni ottanta della discoteca che giace vicino casa mia. E nella selezione dei rum.