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I piedi gonfi delle zitelle (Antonella)

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Il perché alcune ragazze di paese si votino inconsciamente alla zitellaggine lo leggiamo in questo dialogo che ho ascoltato anni fa in una balera friulana: “Mi chiamo Giacomo, balli?” – “Mi spiase, ho i piès cionfi”.

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Juanita de Paola vita piccola

Hi hi.

juanita

Mezza Pinta è da giorni con la sua nonna, Mater Grintosissima, ai parchi gioco del riminese e poi a suonare la trombetta. l’Inglese è sparito da dodici ore e probabilmente è morto nei disordini londinesi: con quella ghigna a signorino che mangia la micropasticceria posso anche capire che qualche manfano l’abbia steso con una randellata. L’avrei fatto anche io. La casa è diventata luogo maschio, perchè l’uomo di casa, io, è qui da solo che regna, dopo avere allestito una moka da sedici – quella piccina è da lavare. Ho dormito nella posizione della Seppia Infoiata, una specie di ragno che si estende per molto più della sua lunghezza su un letto matrimoniale, utilizzando contemporaneamente otto cuscini (almeno). Ora, caro Filodemo, mi scuserai se non ho assolutamente nessun pensiero, nessun commento, nessuna riflessione: lasciami godere come un tordo.

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La moda ci consiglia (Antonella)

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nicolasdelargilliere_labellestrasbourgeoiseLa moda ci dice come mostrarci belle e noi siamo contente di seguire i suoi consigli.

D’Archivio e di altre bellezze – a cura di Antonella Fabriani Rojas

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Juanita de Paola travel

Riccardino caro, ma perchè non vai a giocare a burraco?

Juany

Riesco a vedere davvero posti nuovi solo se in compagnia di ignari: per farmi odiare un paese, una chiesa, un panorama, basta che ci sia un coinnosseur che mi spinge verso la vista più ganza, un erudito che abbia già prenotato nel ristorante più carino, più votato su Trip Advisor – ovvero del popolo minuto che alza la testa. Ora dopo ora il mio rancore cresce, diventa insofferenza. Rivendico il diritto di finire nel ristorante turistico che chiama chicche di patate gli gnoccacci del supermercato, col tavolo che dura quaranta minuti poi via, arrivano quelli dopo – per poi, anche loro, non tornarci mai più. Anzi, ritengo che il mio consiglio futuro – non andare da Mandarino se non vuoi trovarti in mezzo a un’orda impazzita di finniche obese con i vestitini a fiori e i calli alla zuava – valga molto di più di “prenotalì e ordina il delizioso trionfo di pesce sega”.

Un posto diventa mio solo quando ho sbagliato tutto, quando mi sono appostata a ore nel bar peggiore e bevuto il vino più cattivo consigliato dall’oste malefico e  tornando a casa ho accusato  malditesta. “Mio” quando ho finalmente trovato il menù coi pomodori che hanno quella forma sgraziata, saporita, senza acquiccia e un avventore che ama quello che fa, un matto che mi dia confidenza e una vecchia che mi racconti qualche storia. Diventa mio quando so dove lasciare la macchina, probabilmente a due miglia nautiche di distanza dal centro ma non importa: deve essere un posteggio largo come un campo da tennis, in cui si entra senza dovere fare retromarcia, che non mi riesce. Insomma “mio” quando ci troviamo nella nostra fase migliore: io avida e lui generoso.

Poi, un giorno, arrivo per caso nel migliore ristorante, il più raccomandato: me lo godo e mi rallegro di non averlo fatto prima – non sarei stata pronta. Cos’è questa furia di possedere le cose, i posti? Siamo matti, il godimento richiede una preparazione continua, altrimenti dura come uno starnuto. Un’altra volta cammino per cercare le sigarette o il Corriere, e mi scontro con un tramonto che mi ricorda che anche io sono amata, anche io posso portare le magliette con la spalla di fuori, che una vita dove tutto quello che voglio è un bacio ancora è possibile. Oppure ancora, di notte, cammino con le scarpe taccute in mano e i piedi stragiati dai sassetti, e mi metto a spiare qualcuno che sta sdraiato su un letto vecchio, con la luce gialla, con le travi, lì nel suo mondo che vorrei oloccare tutta la notte: penso spesso, mi manca la mia vita vissuta per intero “qui”.

Più di tutto mi piacciono le pietre che la sera hanno ancora il calore del giorno e se ti ci siedi sopra ti viene il sedere tiepido, il mare senza bagnanti, i ristoranti fra un servizio e un altro e tutti con le camicie slacciate, la sigaretta in bocca, i mormorii contro il padrone; la signora che torna a casa con le sporte della spesa per la tremilaottocentoquarantesima volta, che è papabile se è andata due volte alla settimana all’alimentari per gli ultimi quarantanni. Più di tutto mi piace la vita che c’è in un luogo, se solo me ne tocca un pezzettino, e deve essere la mia briciolina, non quella di qualche saputello col marsupio che ha letto il manuale di nonna papera su Lucca e dintorni: Riccardo caro, mi dispiace, a me quelli come te mi stanno qui.

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Stanno tutti bene.

Tutti stanno bene e lontani da casa. Gli unici rumori vengono dalla strada. Profumo di caffè. Il tempo è mio. Il mondo è mio.

[Antonella Fabriani Rojas]

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D’archivio e di altre bellezze.

avaHo bisogno di abito elegante, scollato, e mi immagino come lei. Ci spendo un occhio della testa, me lo infilo e allo specchio somiglio invece alla sua poltrona. [Antonella F.R.]

(Antonella scrive attraverso le immagini e pensieri personali per il Ministero delle Dispari Opportunità)

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Juanita de Paola vita piccola

Il networking è tutto.

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Devo controllare la mia lingua, perche’ ha un filo diretto col mio cervello e il mio cervello non ha filtri utili. Quindi quella che invita la famosa attrice C a “mangiatela una brioche che sei secca come un uscio” o che incontra Beba Marsano a colazione e urla “non ci posso credere che culo che ho” sono io. Quella che sibila “lascia in pace quel cane cavallo” a Mezza Pinta, mia figlia, in mezzo alla colazione d’essay, essente il cane uno splendido esemplare che appartiene a F, probabilmente una delle dieci persone più’ famose nel mondo, sono ancora io.

Ho dormito poco e male, quindi stamattina ho avuto piu’ vergogna del solito a portare queste stanche, ciccie membra alla colazione e in genere al cospetto dell’umanita’. A parte una signora che era qui per lavoro posso asserire con certezza di essere stata la più’ grassa degli ospiti, ed ancora con più’ precisione di essere stata l’unica a mangiare quei croissants favolosi appena sfornati con la marmellata. Otto. Che poi e’ un gatto che si morde la coda: più mi sento incerta e più mangio e più mangio e più mi sento un rottame alla deriva. Un detrito. Un’otaria arenata. Un errore.

Ora mi sono rifugiata nello studio blue, spero che il Signore abbia pieta’ e mi trasformi in un vhs, Dune magari, per non dovere affrontare la disgrazia del pranzo con mezza Hollywood e mezza Toscana, dove quella che ordina la fiorentina (“signora, ma e’ solo per due”, “appunto, me la porti pure”) sono io. L’Inglese mi guarda cosi’come i piccioni osservano i figli con un’ala sola. Ho fatto amicizia con il personale della casa, il che mi torna sempre utile quando voglio fuggire dalla porta di servizio senza salutare (mi imbarazzo e sputazzo negli addii, una cosa atroce), il che succedera’ oggi alle sette circa, prima del cocktail.

Alla spa, vestita di lana perche’ questo e’ l’unico vestitino pulito e stirato che sono riuscita a trasportare fino qui senza spiegazzarlo, e con i tacchi di ieri sera assolutamente fuori misura, mi armo di coraggio e mi siedo al tavolo dei più più più, mi hanno chiamato, hanno chiamato me: forza. C’e’ una persona molto importante per me, per noi donne, e spero di intervistarla, quindi attacco subito discorso. Sbaglio nome, ed e’ assolutamente una mia prerogativa averlo fatto con le due persone di colore presenti. Quella che ride esageratamente per l’errore sono solo io. Alzo il mento come ad iniziare un discorso, ma tanto non so cosa dire. Di’ qualcosa ti prego, di’ qualcosa. Qualunque cosa che trasudi cultura e toscanita’, che mi dia una certa aura di autorita’.

Un colpo di genio: “e’ la tua prima volta in Italia?”. “No, sto finanziando un ecovillaggio in Umbria”. Me lo merito. Insisto. “E il tuo fidanzato era quello accanto a te ieri sera?”. Ma davvero ho appena chiesto questo? Eppure non ho una storia di ritardo mentale in famiglia. “E’ il mio business partner”. Forza. Ribatto. “Io scrivo”. Ho appena detto “io scrivo”, salvatemi, qualcuno mandi un ottomano a tagliarmi la lingua, o meglio, la testa. Mi guarda con pena, affetto. Mi dice che volentieri mi raccontera’ la sua storia dopo, dice “condividere”. E’ una storia che nasce in Sierra Leone. E’ una donna straordinaria, e il Signore ha avuto pieta’ anche questa volta: mia figlia cade e si rovina le ginocchia, posso andare in camera a medicarla, scrivere le domande e tagliarmi la lingua col rasoio.

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D’archivio e di altre bellezze.

The Coign of Vantage  - Lawrence Alma-Tadema 1895
The Coign of Vantage - Lawrence Alma-Tadema 1895

Momenti fra donne che amiamo ricordare: uno è quello di affacciarsi da un balcone e commentare insieme il mondo visto dall’alto.

(Antonella scrive attraverso le immagini e pensieri personali per il Ministero delle Dispari Opportunità)

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In pienezza. Senza farsela addosso (magari).

juanita

Il lato ludico della bambina inizia ad essere tarpato da piccina, quando ci infilano (o infiliamo) vestitini tutti appuntati per sembrare belline, e buonanotte ai salti nelle pozze d’acqua. Anche a scuola ci sgridano se stiamo sedute a gambine larghe, mentre ai bambini raramente viene chiesto di stare seduti in maniera compunta: eppure tutti e due abbiamo gioielli da tenere segreti, da custodire. Salvo genitori sani di mente, e non è più così scontato, si arriva all’adolescenza, dove finalmente possiamo privarci di ogni gioia del palato per mantenere un aspetto longilineo. E’ di questi tempi che iniziamo a padroneggiare la tecnica del passarsi le dita fra i capelli, bella consolazione, o darsi lo smalto di colore non ortodosso.

Il tempo di divertirsi un pochino, la lontananza universitaria da casa certo aiuta, che istruite fin da piccole notte e giorno all’idea dell’accasamento, lasciamo che la chimica faccia il suo corso e ci mettiamo alla ricerca dell’altra metà, o dei figli, o della casa bella, in collina, tutta pulita. Raggiunto l’obiettivo inizia la vita vera, quella di tanta fatica e hobby modestamente soddisfacenti, come il burraco del martedì o la parrucchiera del venerdì mattina. Ma io volevo fare la ballerina a Broadway, esce una vocina flebile ogni tanto, ma è già arrivata l’ora di girare la pummarola e bisogna pensare alle cose serie, mica a quello che si voleva fare nella vita.

Le donne invecchiano fisicamente meglio, certo, annullando la propria attività cerebrale e dedicandosi ad attività manuali: l’infarto, l’ictus, quello lo lasciamo agli uomini, che a sessantanni trovano nuova linfa o nella caccia al cinghiale muschiato o prendendosi una terza laurea di nascosto, quella che permetterà loro di partecipare al Grandioso Campo National Geographic in qualità di Addetto alle Zanzare Tigre. Mi posso immaginare i mariti passati a miglior parte tirare un sospiro di sollievo, da lassù, guardando le consorti sopravvissute che spolverano gli armadi col cotton-fioc e l’alcol, per altri dodici, venti, quaranta anni – è vero, un ippopotamo mi ha spezzato la colonna vertebrale in sei pezzi, ma almeno non mi sono puppato le cresime dei bisnipoti.

Per quanto mi riguarda, io so già come invecchierò, se il Signore mi dà la grazia di avere la salute: aprirò un posto per ragazze dai settanta in su. L’Inglese mi avrà già lasciato, a buon diritto, per una più mansueta. Mia figlia avrà già imparato ad attribuirmi tutte le sue magagne e starà vivendo in qualche capitale chic, magra come un osso e vestita molto bene. Quindi avrò pieno diritto sulla mia esistenza e sarò, di certo, obesa. Finalmente, dopo anni di privazioni, mangerò sei primi a pranzo e quattro dolci per cena. Metterò delle tagliole per il dottore della mutua. Noi ragazze assumeremo uno chef moro argentino e un badante svedese di trentanni, entrambi gay per non sentire lo sfinimento ma abbastanza mascolini per poterne osservare i movimenti quando ci cambiano il pannolone o servono il consommè con l’ovino.

Noi ragazze avremo anche un insegnante di programmazione, e faremo le hackers contro gli enti che erogano le pensioni integrative, le banche e i pensionati orridi regionali e para-privati. Ci metteremo in bikini a pois, in culo a chi prende in giro le donne rugose e avremo una piscina di acqua salata, a sfioro, riscaldata perchè c’abbiamo l’osteoporosi. Farò testamento, specificando che lascio tutti i miei beni a quel ragazzo che mi porta il vino a casa, e mai a nessuno dei nipoti malefici, che ti girano attorno come condor quando hai una zampa ferita. Il mio amico Z ci farà delle compilations da ascoltare, di certo, per non rimanere indietro e diventare uno di quelli che dicono ma com’era melodica la musica prima.

Avremo una Locanda, con molte stanze, dove ospitare artisti che carezzino il nostro animo ancora curioso. Attueremo un corso per insegnare alle giovani donne come si può essere felici, nella vita, quando si decide di vivere così come Nostro Signore, o la Natura, voleva: in pienezza e senza paura. Si discuterà parecchio, credo, e avremo un orto dove coltiveremo anche la Maria, perchè placa il dolore e se ho voglia di stonarmi non vedo perchè lo stato dovrebbe impedirmelo. Inventeremo il Festival delle Ragazze, in cui sia obbligatorio farci le treccine di lato che ci piacciono molto e mettere i gonnelloni: nessuno ci sgriderà, chiaro, perchè le regole le facciamo noi. La cirrosi, certo, mi darà un pò noia, ma sono sicura che fra una trentina d’anni avranno già inventato qualcosa per tenerla a bada. E anche per non pisciarsi addosso, se tutto va bene.

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Nonna Gemma watussa col machete. E di pedate.

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Acchiappa il pulcino Juanita, ammazzalo. Così inizia la mia entratura nella piquattro della mia prima infanzia, con il bambino M che mi incita ad ammazzare una creatura per fare parte della banda dei maschi. Le vaccate che non ho combinato in vita mia per avere l’approvazione degli altri. Sono dentro il pollaio, schivo i due galli, le galline, piglio un pucìno e l’ammazzo. Così, lo strozzo. Questo è nulla rispetto a quando ho inforcato un maiale – ma quello doveva morire, ci facevano le salsicce mica scherzi, il piccolo pollo, invece, l’ho deliberatamente fatto fuori.

Il bambino M era molto popolare, viveva in campagna ma era di città. Noi altri bimbi, invece, si era di lì, si era cresciuti lì, e per essere ammessi nella sua casa con quel marmo orrendo e quelle macchinine che andavano per conto loro, avremmo lavato un tir con un cotton fioc. Io ero la più piccola, se si esclude O, che era proprio un’infante. A me toccavano le prove più tremende – levare i tappi delle botti, ammazzare creature di piccola taglia, leccare la coda di una lucertola dopo averla staccata, affettare le vespe col coltello, schizzare i panni stesi della F con il fango, provare a mettere in moto il trattore quando non c’erano i grandi. All’età di sei anni ero riuscita a farcela in tutti i campi.

Il mio inserimento nell’arancia meccanica della campagna pisana era riuscito alla perfezione, finchè un pomeriggio in missione ero stata intercettata dalla nonna Gemma, non la mia, che mentre spennava una gallina seduta nel garage mi aveva visto arrivare, essere incitata, inseguire il pulcino e strozzarlo. Poi lasciarlo lì. Nonna Gemma, duecento anni di muscoli e mani che ancora oggi menerebbero tutti gli amici maschi che ho, l’avevo sentita correre verso di me quando ormai era troppo tardi: una pedata. Fragorosa. Due pedate. Tre pedate. Ricordo i salti che facevo con il sedere dolorante. Quattro pedate. Mille pedate. Quando ormai sentivo il buco del sedere sotto la faringe e pensavo che mi avrebbe seppellito nel campo mi aveva fermata (bloccata) per le braccia.

Mi aveva preso per la manina con sguardo pieno di dolore, la nonna Gemma mi teneva sempre in collo e mi scarruffava i capelli, e strizzandomi cone una ricotta mi aveva riportato dal pulcino. Prendilo. L’avevo fatto, fra le due manine, e la seguivo in silenzio. Sperando che i miei non fossero da quelle parti, perchè non oso immaginare la punizione che avrei ricevuto se fossi stata scoperta. Mi aveva fatto camminare fino al pollaio e mi aveva fatto portare il piccolo corpo accanto alla gallina, una delle trenta, credo una a caso. Chiedi scusa alla sua mamma. Quello che fino ad allora era un giochino giallo peloso che correva senza senso, era stato assegnato ad una mamma. All’improvviso un dolore così forte mi aveva preso. Scusa. Poi mi si erano riempiti gli occhi di lacrime e rotto il cuore in briciole, per avere distrutto la vita di quella povera famiglia del pollaio accanto.

Nonna Gemma mi aveva preso in collo, sollevato lassu’ a quattordici metri (la sua altezza) e mi aveva abbracciato forte. Mi aveva detto guarda che dentro tutto, dentro gli animali, gli insetti, c’è la vita: non la puoi tirare fuori te. Se ce l’hanno, non gliela puoi levare: gliel’ha data Gesù. Nemmeno ai moscini? Nemmeno ai moscini. (Ma non lo pensava). Poi mi aveva rilasciato. Quello è il giorno in cui avevo abbandonato il clock work orange di Ghezzano e quello in cui avevo incominciato a temere di pestare cosi viventi mentre ero nel prato. Anzi, colta da redenzione, avevo anche spiegato alla nonna dove si appostavano i grandi per fare quali danni, e si erano visti ragazzini volare col culo acciaccato per metri, nel cielo, fra le urla e le bestemmie della watussa.

Non erano stati convocati genitori, la legge del silenzio imperava, e non avremmo mai tradito la nonna Gemma. D’altronde, se l’avessimo fatto, ci avrebbe aspettato con un machete dietro l’angolo e squartati vivi. Non erano state profferite parole: la lezione era stata imparata, chi da un lato e chi da un altro. Questo per dire che l’altro giorno al ristorante, quando un bambino si è rivolto al maitre urlando lo voglio ora, portamelo ora, ho sentito dentro di me lo spirito di Gemma – invendicato perchè i suoi genitori sorridevano, senza fare nulla. Poi mi è passata, poi ho avuto pena: non riuscirà a lasciare il gruppo dell’arancia meccanica lui, perchè non lo fanno pigliare a calci dalla nonna watussa.

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Amy, Amy, Amy.

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Un famoso musicista è il padrino di Mezza Pinta, mia figlia, concepita da me più l’Inglese, un pierre che da grande voleva essere Michael Hutchence, poi non c’è riuscito allora gli è diventato amico e si compravano le stesse camicette. Ogni tanto la creatura guarda la televisione e urla guarda lo zio, e tutti sorridono di lato – poverina, penseranno. Poco importa. Una delle regole ferree di un ambiente come quello musicale di cui non si fa mai davvero parte, ma in cui ci si può ritrovare occasionalmente, è quello del riserbo d’acciaio, del negare come fanno i mariti quando gli si trovano le mutande di un’altra in tasca: con la stessa faccia a trapezio scaleno. Continua su Chometemporary

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Caffè. Noi. Gli altri.

juanita

Mi piace il caffè nella tazza senza il manico, così la devo stringere come le mani di un amico cui si vuole molto bene e non posso fare altro a parte bere la miscela nera –  non posso rispondere al telefono o aiutare qualcuno a fare una cosa, raccattare pezzettini di carta o girare la pummarola, che da venti anni e passa so fare solo acquosa. Il caffè ha un effetto, quindi mi piace molto. Il vino, anche, ha un effetto intorpidente, che mi piace molto. Le cose che mi garbano di più nella vita hanno tutte consequenze indipendenti dalla mia volontà: l’eccitazione, il rimanere svegli, la rilassatezza che non ha paura dello sconforto degli ospiti, il catturare immagini che poi sono diverse da quello che era programmato, la musica che entra sotto pelle e ti ricorda senza perifrasi chi sei, cosa vuoi. Se vado all’inferno, la mia punizione sarà mangiare, bere e fare cose che non abbiano effetti evidenti. La mia medicina preferita è il Toradol. Infatti.

Adoro la prima tazza di caffè della giornata, perchè so che ne buscherò molte altre: diluite nel latte e con qualche biscotto al grano saraceno, che quando lo infili in bocca diventa una mappazza da mezzo chilo: odio la pasticceria danese, tutta secca a burrosa allo stesso tempo, che mi lascia le gote vuote. Mi piace la quantità e, come ulteriore passo, la qualità – ma lo stomaco pieno mi dice più del palato entusiasta. Oggi ho il collo bloccato dalla tensione, come al solito, perchè la domenica è il mio lunedì: è il giorno in cui gli ospiti si sistemano nelle ville che affitto e gli impianti idraulici si rompono, l’aria condizionata si inceppa, tutto quello che richiede un tecnico, se può andar male, lo farà – questo nonostante collaudi preventivi e certificazioni, perchè la Legge di Murphy c’è. Il punto è che il dio degli affitti mi vuole ricordare che non esistono gli elettricisti che lavorano la domenica –  e che io non risiedo in Olimpo City. Fair enough.

Davanti a questo caffè mi chiedi se la scelta che abbiamo fatto è stata posata, se ti amo, se mi ami, se siamo certi. La verità, quella che non vuoi sentire, è che sarebbe bastato un piccolo bruscolino per cambiare tutto. Ti ricordi quando ti ho detto che andavo a dormire da Cosa? Quella sera c’era anche Coso, no non lo sapevo, e sarebbe stato anche lui un papabile qualcuno nella mia vita se non gli fosse morto qualcuno quella sera. Destino. Oppure ti ricordi quando ti ho detto che non importava che tu ci fossi? Che era lo stesso? Non era vero, ma mi hanno tirato su, sono venuta così, cerco di non forzare mai le persone: ma meno male che c’eri. La verità è l’ultima cosa che ognuno vuole sentire, pare, e quindi rispondo bene. Come tu vuoi.

Chiedimi come mi va il caffè oggi, perchè qualche volta mi piace senza latte e senza zucchero – solo se è fatto bene. Non il mio, quindi, che fa schifo. Ho preso questo da mamma, invece che tante altre cose buone: non so fare il caffè. Ma almeno lei sa fare le lasagne, e la pasta in casa, io nemmeno quella. Camminiamo in città, mano nella mano, a difendere quello che nessuno vuole attaccare a parte noi: noi. Guardiamo la piccola che ci somiglia e ringraziamo il cielo, lo so, anche se non ci diciamo niente. Mi guardi senza parlare e mi chiedi cosa c’è che non va: nulla. Tutto. Qualcosa. Non ho certezze granitiche, e nemmeno tu se non sbaglio, allora perchè mi fai quelle domande: siamo qui ora, no?

Verso l’ultima tazza di caffè, quella della sera che non mi fa dormire, e ti chiedo di potere ascoltare Silencio. Annuisci e ti metti le cuffie per ascoltare la tua musica. Certo. Peccato che abbiamo solo due salotti – ci meriteremmo un castello: adesso andrei nella mia ala a scrivere fino alle quattro, poi starei lì sperando che tu colga il segnale, che tu mi raggiunga con un pò di pane e salame più una bottiglia di vino ottimo, per passare la notte a raccontarci la verità che non ci siamo detti: ce n’è così tanta. Brindiamo allora amore mio, siamo due poveri cosi che resistono assieme con onore, nonostante là fuori ci sia quella strada che abbiamo deciso di non percorrere: la mia verso i conigli e l’orto, la tua verso il patio bianco. Identiche sono. Identici siamo.

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Pùm.

Ci metto un minuto a ritrovarmi lì dove mi hai lasciato. Ritengo questo un privilegio, un errore magnifico del mio cervello e un dono per questa vita qui, quella da Juanita che lavora come un calvinista ma pensa come un messicano obeso. In questo turno mi è stato affidato un corpo tutto sommato gradevole ed una faccia espressiva, purchè io non sia accigliata e allora sembro mio padre con un mocio in testa – mio padre è un bell’uomo, ma non è punto una bella donna. Quindi io sono sempre qui, me ne accorgo perchè quando ti rivedo te sei diverso e io sono quella di prima. Per farti un esempio: se tu mi chiedessi qual è la scultura più bella d’Italia come facevi di notte davanti alla chiesa in piazza, quando mi guardavi ed ero abbastanza per tutto o per niente, io ti risponderei senza esitare “Emicrania”, che è quella statua al Galluzzo sotto la quale io e te abbiamo cantato (?) e suonato tutta la musica possibile. Tu, non te la ricordi, io lo so. Ogni tanto la chiamavamo “Lunedì”. Ci vediamo all’Emicrania.

E io arrivavo coi tacchi, ci mancherebbe altro, sull’asfalto malefico fiorentino – che non mi è mai appartenuto – con un cappello a tesa larga per farmi notare il più possibile. (E il poncio d’Inverno). E il vestitino bianco d’estate, quello con le maniche  a sbuffo appena accennato – Mezza Pinta dice, mamma quelle sono eleganti, non quelle corte. Cambiati mamma. Poi ci dirigevamo in una direzione pericolosa, che non avremmo dovuto camminare, e si rideva come pazzi – ma di cosa poi. Ma l’eccitazione, la gioia pura, quello io ce l’ho scritto ancora qui: eravamo il popolo eletto, i due che avrebbero ricreato il genere umano partendo dalla citronella. Non è successo, ci siamo ritirati tutti e due senza infierire, senza inventare: basta così? Basta così. Si può dire di tutto, ma non che si sia stati pavidi, o volgari. Noi con lo schiocco di un dito ci siamo annoiati e dimenticati.

Non avrebbe resistito quella cosa ad una routine di tre per due, fidaty card, iscriviamo la bimba qui, no lì, no cattolica, no stilita. Quella cosa, a dire la verità, non avrebbe nemmeno dovuto varcare la cucina: per continuare avremmo dovuto comprare un attico mansarda senza aree comuni, con una vasca coi piedini e molto spazio balcone con le piante sconnesse, disordinate: solo un popolo geniale come quello inglese poteva inventare un giardino che si bea della sua sporcizia. Non saresti piaciuto a mio padre, questo te lo posso sottoscrivere, per via della tua abitudine a vestirti come una checca – pare che questo sia un tratto per me attrattivo.

Insomma ti sposi. Insomma ti sposti. Torni nelle materne terre mallevadrici, nella bifamiliare rosa. Mamma sotto e te sopra, così come nei di lei sogni reconditi. Si somigliano un pochino le due, parecchio a dire la verità ma te ne accorgerai a breve, non ora che sei ancora accecato dall’idea che sia possibile cominciare da zero dopo i dodici anni. E che male c’è? Nessuno. Solo che te non ricordi, che una sera, sotto “Lunedì” io e te, con la chitarra in mano, abbiamo guardato due disgraziati passare ed essere brutti, con lui che blandiva la belva feroce che aveva al fianco – e più lui guardava in giù, e più lei sibilava come un’aragosta nell’acqua. E tu mi hai detto “se divento come quello sparami”. Eccomi. Pùm.

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Non ti chiamare vecchietta.

La professoressa Mannori ci diceva di essere estremamente umili e a me, in particolare, ordinava di scrivere solo di letteratura: il tema personale lo deve evitare, mi dava del lei, concentrarsi su Dante, o quello che vuole. Ma non scelga il tema a piacere. Cosi’ facevo, e sul sesto canto avevo preso sei e mezzo. Il voto più’ alto nel triennio classico. Lei, la professoressa Mannori, recitava. Sapeva. Mi faceva una paura cane, e ancora oggi non sono punto certa che le direi che ho un blog. A dire la verita’ so con sicurezza che non menzionerei la parola “blog” per non irritarla. Diceva: si scrive Ora, cos’e’ questa cazzata di Adesso? Te l’immagini? Professoressa ho un blog. E lei mi stacca la testa con un morso. E io chiedo scusa se sanguino.

Mi aveva dato un compito, mi diceva vediamo se riesce a venirne fuori, a imparare a scrivere. Io annuivo ieri come oggi, perche’ ancora oggi ho sempre paura che qualcuno mi sgami, che mi dica ma come ti permetti te di avere un blog? Non capisci niente. Se me lo dicessero starei zitta, ecco. Ci farei due lacrime dopo, ma non ho più’ il conforto della professoressa Mannori che mi offende e mi fa stare in binari certi. Magari miseri, ma sicuri. Onesti.

Mi ci sono voluti venti anni per capire cosa diceva la professoressa, e con questo non voglio dire che leggendomi oggi sarebbe compiaciuta. Bisogna usare i nomi giusti per le cose, bisogna misurare le parole, e lasciare l’ironia da parte se si vuole prendere una posizione ~ e’ importante farlo a un certo punto, esprimersi in maniera semplice per farsi capire, accettare la possibilita’ di essere nel torto come nella ragione. Certo, la delicatezza e’ sempre una buona via – poco asfaltata ma panoramica.

Nel caffè’ storico del mio paesello stasera c’e’ un ritrovo di macchine d’epoca, con relativi possessori. I signori indossano divise pittoresche, le signore hanno vestiti di tipo charleston. Con velette e cappelli, ventagli, schiene nude. Ci sono forse tre o quattro ragazzini, ma la maggioranza degli invitati alla cena celebrativa sta fra i cinquanta e molto di più. Qualche vestito somiglia a quelli del liscio: elaborato, flamboiante. Gli scolli sono profondi e forse un po’ azzardati, e’ vero, in qualche caso: ma sono profumi buoni, di marca, unghie fatte bene, persone eleganti. Quella col vestitino nero e i tacchi troppo alti sono io fra ventanni, dopodomani. Penso. Mi piacerebbe, ha l’aria felice. Si sente ammirata.

Una ragazza al bancone ride e dice guarda guarda le vecchiette arzille. E mi ricorda che e’ di una cosi’ che avro’ paura, quando mi inviteranno a rimettere le scarpe coi tacchetti, fra un po’. Certo la ragazza, la donna, e’ molto carina. Una bellezza regolare, senza sussulti, sottolineata da cotone aderente e braccialetti estivi. Ride di lato, come chi non ride di gusto, e vorrei dimenticarmi di lei ma non ce la faccio. Seguo il suo sguardo divertito, sarcastico, sulle signore. Il suo trattamento tocca alle donne, gli uomini non sembrano darle noia. Io spero di essere clemente. Spero di essere sorda anche, per non accorgermi di essere schernita per la mia carne pendula. Più’ di tutto auguro a me stessa di non sentirmi pronunciare la parola vecchietta, che non esiste, se non negli almanacchi di Nonna Abelarda.

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Juanita de Paola vita piccola

Quel che pare a noi. Non a voi.

Juanita

Avete registrato il mio accesso alla Redoute, una specie di postalmarket dove vado a vedere che vestiti stanno bene alle persone, magari immagino di comprarli – poi non ho voglia. Avrete registrato anche il mio accesso su Holy Moly, quel sito di gossip, e poi al Corriere. Immagino che il cookie, il biscottino, di YouPorn sia stato depositato nella memoria storica del browser, anche: ero certa di avere visto quella cameriera bionda da qualche parte, e la troverò. Ci potrei scommettere milioni e milioni di euro. Non che io abbia poi voglia di scriverne, non mi interessa quello che fanno le donne con il loro mezzo, salvo quando poi ricoprono cariche ministeriali per cui non sono preparate. Ma solo perchè non sono preparate: credo nella redenzione continua, nella capacità dell’uomo di rigenerarsi una volta al giorno, figuriamoci se mi lascio impressionare da qualche marchetta.

Avete messo un segnaposto anche su Template Monster: è lì che vado a vedere come disegnano ora i web guru quando hanno da rappresentare viaggi, foto, altro. Non lo faccio più, ma mi dispiace parecchio. Sono sicura che avete preso il calco delle mie orme su You Tube, nell’area dei tutorials in cui si impara a riprodurre Jill Scott. Non so se registrate i giri che mi faccio sulle foto degli altri su facebook, ma se io fossi in voi lo farei: quale occasione commerciale più ghiotta di me che vado a controllare le foto in costume e dei matrimoni di tutti quelli che le mostrano. Chissà che capitale si può fare su di me che mi metto al piano e provo a fare quel si bemolle nona settima quarta undicesima sotto sopra. Chi lo sa quali ricchezze spropositate può ottenere una società imparando che amo guardare il sito di Sartorialist fino a che mi ricordo tutto, fino alla nausea, per cercare di capire l’arte del colore che si abbina con le scarpe: non compro nulla, niente, non mi interessa. “No grazie, non mi interessa. Tenete un euro per il caffè”.

Comunque voi fate il vostro dovere e avete capito che io lavoro con gli immobili e allora, in mancanza di indicazioni efficaci, mi sciorinate tutti i miei competitors sulla barra di sinistra: mi spiace, non ci compro nulla nemmeno lì. Anzi, sto religiosamente segnando tutti quelli che acquistano una campagna AdSense su Google con l’intento programmatico di non utilizzarli mai: non posso premiare chi mi intralcia la porta della casina virtuale come un piazzista di Geova, no, lo devo punire. Mi fate apparire anche prestiti, non so come avete capito che il mio conto in banca è allegramente banale, eppure a me hanno insegnato che se non ce l’hai, i soldi, non ci puoi comprare le cose. Che se te li prestano è perchè li rivogliono indietro con gli interessi. E che gli unici che ti fanno i favori sono la mamma e il papà, se tutto va bene.

Insomma mi avete intercettato. Affari vostri: avete sprecato un monumentale quantitativo di energie dietro a una che si deve ancora comprare le scarpe dell’estate e che si è commossa quando le hanno detto “il tuo mac sta esalando l’ultimo respiro”: e che cacchio, siamo stati assieme sette anni con quel monumento alla funzionalità. Datemi tempo. Vi perdono, perchè non sapevate a cosa andavate incontro.

Quello che invece io non vi perdono è l’avere tarpato le ali alla farfalla della conoscenza, alla ricerca su internet che si è involuta da algoritmo ricerca di parole chiave a equazione del bisogno di acquisto. No, non sto cercando l’agriturismo con l’animazione per i bambini, sto cercando una foto di Volterra, perchè non ci sono (ancora) stata. Non sono i Sofitel che cerco a New York, anzi, non ho ancora deciso se starò da un’amica. Nel frattempo volevo saperne un pochino di più, volevo vedere se è possibile stare in casa di sconosciute certificate, che di un viaggio senza nuove amicizie non me ne faccio di nulla. No, non voglio partecipare all’orgia di massa di Groupon e acquistare seicento kit sbiancanti per i denti: si fa dal dentista quella roba, se no il tartaro dove lo metti, sotto la candeggina? Io fumo. E bevo molti caffè. Non andrò in un residence di merda in Calabria a centotredici euro al mese se altri settecento ci vogliono andare, ma mi riservo il diritto di vedere un volantino su un giornale e prenotare per il giorno dopo. Solo perchè l’ho visto in un momento felice.

Non faccio quello che mi dite, quando me lo dite, solo perchè mi fate lo sconto. Non trovo quello che voi volete che io trovi: mi sono infurbita, so quali parole chiave devo evitare per non avere risultati con prezzi annessi. Certe volte voglio solo sapere se esiste una telecamera che filma un panda che cresce in Cina. Tutto lì. Ma vi chiedo: pensate davvero di stare guadagnando qualcosa? Le politiche utilitaristiche e a breve termine involgariscono chi le pratica, non chi le deve subire. Non appena trovo un nuovo motore di ricerca, meno cool, meno scafato, io ci migro – e non sono la sola: e agli inserzionisti che gli raccontate? “Ci siamo persi gli utenti”. Saranno ragni amari.

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Juanita de Paola vita piccola women

Il trigger.

Juanita

Ho l’impressione di avere passato troppo poco tempo in collo.  Ne ho la certezza da quando la nonna bassa e la nonna alta se ne sono andate, mi sono detta: ma perchè non sono stata loro più addosso? Perchè a una certa età si smette di saltare in collo alle persone che si amano? Forse perchè crediamo che tutto duri per sempre – o forse perchè si diventa troppo pesanti, in tutti i sensi. Forse perchè scambiamo le cose importanti con quelle futili: una canzone che amiamo a dieci anni, non si dimentica più; e cosa c’è di molto più importante di un suono che rimane piantato lì, fra la memoria e il sentire? Poco, davvero. Per me l’odore nel collo delle persone che amo, impresso qui, nella mia memoria più amata.

Forse perchè il contatto con la mamma e il papà sono dati per scontati, mi sono arrabbiata perchè ne ricordo pochi che siano sufficientemente lunghi: quand’è che ho iniziato a ritirarmi dagli abbracci? Come ho acquisito il concetto di tanto lo (ri)faccio dopo, non lo so. Ricordo il mare, Tirrenia, e pomeriggi di lenzuola fresche e tapparelle abbassate, sul divano letto, per riposarsi. I piedi neri di mamma che si abbronza come una turca. Ricordo i piedini ciccioni di sorella numero uno, con i palmi delle manine rosa. Ricordo noi schierate a doppia w nel dormiveglia pesantissimo che caratterizza il riposo pomeridiano.

“Papà mi voglio cancellare e riscrivere all’università, non voglio essere in ritardo”. E poi il braccio grande di papà che mi stringe le spalle, no amore, non funziona così. I grattini ai piedi che mi faceva nonna, con le dita artritiche ben incurvate e le unghie spesse di cheratina. Con lo smalto rosso dato dalla parrucchiera, certo. L’abbraccio possente di nonna di lassù, altissima, fortissima, l’odore di borotalco attorno a lei, nella sua stanza col pupazzo di Andreotti. Poi la piccola, sorella numero due: ore e ore sulla mia pancia. Lì. Con quel respiro di biscotto e gli occhi che si fidano. E perchè non ci siamo messi assieme nel lettone, una volta, tutti quanti, a respirare in silenzio, io non lo so.

Ho tirato fuori una scatolina, stasera, con una sciarpina rinvoltolata nell’angolo destro. Chissà da quanto tempo non la aprivo, ma l’odore della Vecchia mi si è conficcato nel naso, nelle orecchie, nel centro dei sensi tutti ed ha funzionato da trigger, da trampolino, da fattore scatenante: cosa ci facciamo, nella vita, senza dormire tutti assieme nel lettone? Ho svegliato l’Inglese e ho biascicato qualcosa, lui dormiva e non capiva, what?, what are you saying?: se Dio vuole ogni tanto la circostanze aiutano a sdrammatizzare. Mi sono messa sdraiata in terra, con la sciarpina appoggiata sul naso, a cercare di respirare gli odori della casa in cui sono cresciuta e che oggi pulisco freneticamente per paura che si sciupi, perchè ho timore di non esserne degnaa. Ci vorrebbe che fossimo tutti qui, tutti nel lettone. E’ pure nuovo.