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Juanita de Paola vita piccola women

Nutritevi.

juanita

Passato il budello di strada che passa sotto il ponticino sbuco con l’auto e i fari sono proiettori, la piazzetta pisciosa è diventata un teatro neorealista. Alla finestra quei due fanno le cose, credo lo facciano apposta a farsi vedere, perchè hanno la luce dietro e lei sta con le braccia appoggiate alla ringhiera della finestra, lui dietro: colpi violenti, a intervalli regolari. Suono di ciccia che si batte addosso. Forse io che passo con la macchina sono parte del piano? Non mi fanno nè caldo nè freddo, mi volto solo per accertarmi che Mezza Pinta non stia guardando. Sta dormendo, infatti, russa. Mi giro di nuovo e guido piano verso l’uscita – un altro budello di viottolo, meno brutto, coperto di rampicante. Con la candida-cistite-infiammazione che mi ritrovo la cosa più sensuale che mi viene in mente è un bidet ripieno di granita al Chilly.

Poi ripensandoci tutti fanno, facciamo, le cose apposta per farci vedere. Come le coppie ben rodate, quelle che lei cucina e lui sparecchia – e guardano gli altri commensali per vedere se hanno capito, il timing, il tuning, il teaming. Oppure lui lavora e lei fa il parassita come quello degli squali, che gli pulisce i denti aguzzi e le pinne – pesce pilota? Mi pare. Lui ama la pesca a quadriglia, e all’improvviso lei sa tutto di esche, lo cita come fonte certa: ha detto Gionni che per la pesca a quadriglia l’orario migliore sono le diciassette e diciassette. E se lo dice Gionni. Il problema è che quando Giovanni diventa Gionni è tutto troppo tardi, è tutto finito. Chiamami con il mio nome per intero, penso sempre quando l’Inglese mi chiama, affinchè non si dimentichi di me dietro uno dei suoi baby, honey e segate varie. E’ più difficile tradirsi quando ci si ricordano ancora i propri nomi, quando non abbiamo ancora trasformato la persona in personaggio, l’uomo in compagno, la donna in assistente? Credo di sì.

Penso all’amatore disamato: la sua parabola eccezionalmente fortunata lo ho partato da vaccinatore di femmine a uomo innamorato e scaricato. Penso alla sua grazia, ancora tutta da riconoscere. Penso al cuscino finalmente nemico, allo stomaco chiuso, alla ruga che gli attraversa la fronte e si va ad appoggiare nel crasso: lo invidio. Penso alla donna che l’ha sniffato, mi piace, poi l’ha odorato perbenino, e via. Kaputt. E lui ora muore. E lei non è nemmeno vestita a festa: che ironia.

Penso a te, che ti sei scelta uno che ti somiglia terribilmente. A come scegli anche i ristoranti: è incredibile, che tu inanelli una serie di posti così uguali, ma cosa vi comunicate, con i feromoni? In tal caso le zanzare vi attaccheranno il doppio. Penso anche alle tue amiche, con gli occhi morti. A me voi mi fate paura, perchè sareste capaci di tutto, e di niente. Siete di ritorno dal tennis o da qualche posto dove vestirsi come un gelato all’amarena è di qualche attrattiva. Forse state andando ad ordinare un tagliere di verdure grigliate. Domani è venerdì, c’è l’aperi-qualcosa. Nutritevi, di qualcosa di buono, perchè avete gli occhi a fessura.

Poi, per ultimo, penso anche a me: non è serata da colonna sonora questa – ed è strano, perchè io pianifico prima la musica e poi le cose da farci. Spengo lo stereo e, approfittando del fatto che Mezza Pinta dorme stravaccata e con soddisfazione, accendo una sigaretta coi finestrini appena abbassati, guidando a quaranta chilometri orario come i vecchi, come guido io. La spengo e la butto via subito perchè mi sento in colpa: ma posso io turbare i suoi piccoli polmoni? La verità è che da quando esiste Mezza Pinta mangio le verdure e fumo massimo tre sigarette al giorno. Bevo acqua. Faccio sport dove non mi possono vedere. Provo a fissare esami, che poi non faccio perchè sono ipocondriaca di quelli seri, ma almeno ci penso. Provo a vivere a lungo per essere lì per lei: che non abbia a crescere senza nutrirsi.

Che non le vengano gli occhi morti quando ha trentanni. Che non baci quello con la macchina più grossa che la porta al ristorante quando ancora non distingue un tartufo bianco da uno nero, ma quello col cuore più intelligente che le fa assaggiare un frutto di stagione. Io, penso, devo essere lì a tirarle le padellate in testa per farle apprezzare la quiete. Poi ripenso a F, che è venuta su da sè, alla perfezione e mi placo. “Non puoi controllare questo”, mi dico, e respiro piano. Devo fidarmi del percorso, della Grazia. Vorrei che fosse felice come una pasqua, che non pensasse mai che io voglio che lei sia questo o quest’altro. Chè a me quelli piccoli col macchinone mi fanno venire l’angoscia: ma come, papà ti aveva dato tutti quei soldi e  la sola cosa che sei riuscito a riportare a casa è una berlina? Cristo. Ma magari a lei piaceranno – e io devo stare zitta. Come è difficile. Speriamo che mangi con gusto, almeno.