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Juanita de Paola vita piccola women

Nonna Gemma watussa col machete. E di pedate.

juanita

Acchiappa il pulcino Juanita, ammazzalo. Così inizia la mia entratura nella piquattro della mia prima infanzia, con il bambino M che mi incita ad ammazzare una creatura per fare parte della banda dei maschi. Le vaccate che non ho combinato in vita mia per avere l’approvazione degli altri. Sono dentro il pollaio, schivo i due galli, le galline, piglio un pucìno e l’ammazzo. Così, lo strozzo. Questo è nulla rispetto a quando ho inforcato un maiale – ma quello doveva morire, ci facevano le salsicce mica scherzi, il piccolo pollo, invece, l’ho deliberatamente fatto fuori.

Il bambino M era molto popolare, viveva in campagna ma era di città. Noi altri bimbi, invece, si era di lì, si era cresciuti lì, e per essere ammessi nella sua casa con quel marmo orrendo e quelle macchinine che andavano per conto loro, avremmo lavato un tir con un cotton fioc. Io ero la più piccola, se si esclude O, che era proprio un’infante. A me toccavano le prove più tremende – levare i tappi delle botti, ammazzare creature di piccola taglia, leccare la coda di una lucertola dopo averla staccata, affettare le vespe col coltello, schizzare i panni stesi della F con il fango, provare a mettere in moto il trattore quando non c’erano i grandi. All’età di sei anni ero riuscita a farcela in tutti i campi.

Il mio inserimento nell’arancia meccanica della campagna pisana era riuscito alla perfezione, finchè un pomeriggio in missione ero stata intercettata dalla nonna Gemma, non la mia, che mentre spennava una gallina seduta nel garage mi aveva visto arrivare, essere incitata, inseguire il pulcino e strozzarlo. Poi lasciarlo lì. Nonna Gemma, duecento anni di muscoli e mani che ancora oggi menerebbero tutti gli amici maschi che ho, l’avevo sentita correre verso di me quando ormai era troppo tardi: una pedata. Fragorosa. Due pedate. Tre pedate. Ricordo i salti che facevo con il sedere dolorante. Quattro pedate. Mille pedate. Quando ormai sentivo il buco del sedere sotto la faringe e pensavo che mi avrebbe seppellito nel campo mi aveva fermata (bloccata) per le braccia.

Mi aveva preso per la manina con sguardo pieno di dolore, la nonna Gemma mi teneva sempre in collo e mi scarruffava i capelli, e strizzandomi cone una ricotta mi aveva riportato dal pulcino. Prendilo. L’avevo fatto, fra le due manine, e la seguivo in silenzio. Sperando che i miei non fossero da quelle parti, perchè non oso immaginare la punizione che avrei ricevuto se fossi stata scoperta. Mi aveva fatto camminare fino al pollaio e mi aveva fatto portare il piccolo corpo accanto alla gallina, una delle trenta, credo una a caso. Chiedi scusa alla sua mamma. Quello che fino ad allora era un giochino giallo peloso che correva senza senso, era stato assegnato ad una mamma. All’improvviso un dolore così forte mi aveva preso. Scusa. Poi mi si erano riempiti gli occhi di lacrime e rotto il cuore in briciole, per avere distrutto la vita di quella povera famiglia del pollaio accanto.

Nonna Gemma mi aveva preso in collo, sollevato lassu’ a quattordici metri (la sua altezza) e mi aveva abbracciato forte. Mi aveva detto guarda che dentro tutto, dentro gli animali, gli insetti, c’è la vita: non la puoi tirare fuori te. Se ce l’hanno, non gliela puoi levare: gliel’ha data Gesù. Nemmeno ai moscini? Nemmeno ai moscini. (Ma non lo pensava). Poi mi aveva rilasciato. Quello è il giorno in cui avevo abbandonato il clock work orange di Ghezzano e quello in cui avevo incominciato a temere di pestare cosi viventi mentre ero nel prato. Anzi, colta da redenzione, avevo anche spiegato alla nonna dove si appostavano i grandi per fare quali danni, e si erano visti ragazzini volare col culo acciaccato per metri, nel cielo, fra le urla e le bestemmie della watussa.

Non erano stati convocati genitori, la legge del silenzio imperava, e non avremmo mai tradito la nonna Gemma. D’altronde, se l’avessimo fatto, ci avrebbe aspettato con un machete dietro l’angolo e squartati vivi. Non erano state profferite parole: la lezione era stata imparata, chi da un lato e chi da un altro. Questo per dire che l’altro giorno al ristorante, quando un bambino si è rivolto al maitre urlando lo voglio ora, portamelo ora, ho sentito dentro di me lo spirito di Gemma – invendicato perchè i suoi genitori sorridevano, senza fare nulla. Poi mi è passata, poi ho avuto pena: non riuscirà a lasciare il gruppo dell’arancia meccanica lui, perchè non lo fanno pigliare a calci dalla nonna watussa.