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Cecilia mi cammina dieci metri avanti, per punirmi: sono una mamma cattiva. Le ho detto mangia guardando quello che hai in mano, se no da grande ti danno un piatto di fango coi vermi e tu te lo inghiotti senza nemmeno accorgertene.

I miei sforzi educativi sono assolutamente arbitrari, sono sicura che esiste un luogo al mondo dove una terrina coi vermi è una prelibatezza vera, che le mie preoccupazioni sono inutili e senza radice, che probabilmente se la lasciassi crescere in cattività anarchica raggiungerebbe lo stesso identico risultato cui arriveremo con anni di feroci lotte intestine.

Alla stazione del treno le chiedo come vuole fare il biglietto, con quali soldi. Dice stizzita che viaggia senza, (tanto). E come pensi di entrare dal varco? <<Passo sotto>>. Dovrei prestare più attenzione alla vicenda, essere severa, ma non ne ho voglia: ho dovuto riprendere la cura per la tiroide e l’unica cosa che mi interessa in questo momento è far svolazzare il mio vestito rosso sotto un cielo primaverile. Non le posso dire che non ho il minimo interesse nella sua boutade mattutina, che se vuole fare a gara di bizze con me (con Me!) rischia di mangiare la polvere dell’asfalto, quindi compro il suo biglietto ridotto, glielo passo, la abbraccio. Non ricambia ma si lascia stringere forte. Il mastino napoletano con la giacca blue e il caschetto biondo, la persona interposta a controllare che noi tutti si sia muniti di biglietto, ci scruta severa: non sarebbe la prima volta che arriviamo tardi e saltiamo il varco correndo come due invasate. ‘Bitch’ le ho urlato la volta che ci ha fatto perdere il treno. È arrivato il poliziotto e ho urlato anche contro di lui già che c’ero.

Entriamo a scuola, dove faccio sempre in modo di terrorizzare quelli che danno noia alla mia piccola: uno sguardo atroce al bambino che le ha tagliato una ciocca di capelli. Un passaggio minaccioso vicino alla bulla che le ha morso il braccio. Una frase sussurrata a denti stretti a quello che l’ha spinta facendole storcere la caviglia. Che si sappia che mamma tigre è qui, pronta a sbranare. Crediamo che uscire di casa e rientrarvi sani e interi sia atto dovuto dell’universo nei nostri confronti, che se uno è bravo il destino gli sorride. Ci si sbaglia di grosso.

Aspetto la piccola amazzone ogni giorno per sei ore al bar, col computer e le cuffie per lavorare e fare molte chiamate su Skype che chiamo videoconferenze per darmi un tono, che iniziano invariabilmente con “Ma… è in un Caffè?”. No. È che abbiamo decorato l’ufficio con la carta da parati di Starbucks in 3d. Ordino invariabilmente un macchiato alle nove e un tramezzino con pane integrale alle dodici, da due anni ormai: ripetita a me mi juvant parecchio. Alle undici e mezzo sono felice perché dopo un’ora tonda si mangia: ho sempre tanta fame. I posti con la presa elettrica vicina sono solo quattro, i coperti saranno cento, ma ormai mi sono conquistata il tavolo vicino ai cucchiaini (e al bagno) e lo trovo sempre vuoto quando arrivo. Alle tre e cinque faccio cartella e me la vado a riprendere. Un altro miglio di corsa.

La aspetto sempre nel solito posto. La attendo con una gioia che, prima, solo un bacio segreto, la notte, d’estate. Esce e mi molla la cartella, qualche vestito, è sempre sudicia come un marinaio al porto. Mi sei mancata, e lei sorride. Come dire. Certo che io ti sono mancata. Facciamo merenda assieme, pane e mortadella dal macellaio che ormai ha imparato e ci tiene anche il pane. La mortadella manca tantissimo quando uno non vive più in Italia. La gente non sa com’è buona tagliata fina, dentro il pane non salato. Anzi lo sa, e ora lo sa anche il macellaio di Londra, che ce la piglia di quella buona coi pistacchi.

Nel treno che ci riporta a casa ci sediamo nella prima classe anche se abbiamo un biglietto di seconda, perché qui è cosa acquisita che se torni da scuola ti siedi dove ti pare, e noi infatti è proprio da lì che si viene. Il treno arriva alle due e quarantotto e riparte alle due e cinquanta la maggior parte delle volte, ma quando è in ritardo un po’ ci godo, non so perché. Il mio piccolo fiore approfitta della mezzora di tragitto e mi racconta del suo divertimento e dei suoi dolori incommensurabili, di cosa ha mangiato, dei torti inverecondi che qualche sua amica le ha inflitto, dimenticando quelli che lei stessa ha imposto a sua volta. Mamma mi manchi quando sono a scuola, mi dice ogni tanto. Sei buffa mamma. Ed è buffissima lei, con quei denti tutti storti e gli occhi da upupa, secca come un chiodo e sudicia anche subito dopo il bagno. ‘Princess’, come la chiama il suo papà, è una teppa che si arrampica sugli alberi con una mano sola, un’instancabile maratoneta che trova riposo solo nei suoi amati computer, come me, e una bugiarda naturale, sempre come me – perché il mondo deve essere per forza bellissimo, anche quando non succede nulla.

“Mamma che gli hai detto stamani a John?”

Nulla cara, l’ho salutato.

“È scappato via”

Sarà andato a giocare coi suoi amici, ora finisci pane a mortadella, vai.

juanita

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20 Replies to “Una carriera al baretto”

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