Un pò più qua, un pò più su, più intensa, si così.

Ho capito subito in cosa consiste il lavoro della modella qualche tempo fa, quando ho partecipato ad una sessione intensa di fotografia di moda come portatrice sana di luogo in cui fare le foto. La ragazza, tredici anni e mezzo, non sarebbe venuta male in foto nemmeno se le avessero messo i pantaloni alla zuava a rovescia.

Non è facile, giuro, cercare di rimanere seria mentre una serie di persone ti dicono cose come cerca di imrbuttirti, sì, di più, ma non accigliarti, no, ecco, ingobbisciti rimanendo dritta, sì, un’aria malata, sì, dai, più allegra, dai, dai, dammi qualcosa, su, esprimi dolore, così, sì! sì! Ora sorridi, ma non davvero, accennato, come se tu volessi piangere ma non puoi (la consecutio non torna, ma non per mia volontà)

Il set si estende fino a che la modella (in genere) si mette a piangere e, invece di dire ma che cazzo stai dicendo al fotografo riversa la responsabilità su sè stessa, tira fuori più facce, si butta in terra, stringe i muscoli perianali e prosegue, al prossimo provino, casting e servizio. In genere il tutto termina con brava, vedi che se ben guidata. E lei: ho pensato a una cosa intensa, triste. Alla prima volta che ha cercato di leggere sotto le figure – suggerisce in genere la truccatrice, a questo punto.

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