Un’ora al giorno di sesso sfrenato.

Quando ero piccina, nell’ordine occidentale, perchè già in Perù avrei fatto parte delle donne pronte-per-figliare, avevo un’ammirazione sconfinata per le donne di strada, che persino a gennaio erano capaci di andarsene a giro senza calze e sorbirsi uomini a intervalli regolari di quindici minuti senza battere ciglio. Ci vuole una certa predisposizione fisica, ancora prima che mentale, perchè alle donne normali viene la candida, se solo si azzardano a fare sesso per più di tre volte a settimana.

Parlo dell’era che precede l’avvento delle sorelle nigeriane, albanesi e polacche, che purtroppo quasi sempre non scelgono la carriera ma sono violate a ripetizione dai protettori che le obbligano alla strada. No, non parlo di loro, parlo delle signorine che nei primi anni ottanta si davano da fare senza organizzazioni criminali alle spalle, quelle che hanno formato quasi tutti i miei amici e che anche a sessantanni si vestivano come l’infermiera sexy del carnevale di Viareggio, e che mettevano una certa passione nel loro mestiere, un pò di passione.

Fra queste ricordo la Gabriellona, capello ossigenato, molti chili di troppo e rughe più da sigaretta che altro. Bianca come un cencio, sfoggiava sopracciglia nere e peli nelle gambe degni di nota, assieme a gonnelline di pelle nera di pessima qualità. La Gabriellona batteva all’angolo della stazione, come da copione, e copriva un’area abbastanza vasta. Passeggiava anche nel pomeriggio, senza farsi problemi riguardo i commenti malefici di altre donne, in genere, o le urla dei ragazzini, che non riuscivano ad elaborare altro.

Ricordo che ho smesso di andare in una palestra perchè una volta ho sentito la proprietaria dire alle sue dipendenti che lei, spesso, faceva il puttan-tour, un itinerario dove si cercano le donne di strada e si rovescia loro pipì dalla macchina in corsa. L’urina viene raccolta prima in un bottiglione di plastica. Per qualche motivo le persone che si sentono adatte a giudicare una puttana non riscontrano grandi problemi a fare pipì tutti assieme dentro una bottiglia, e anche questo è un motivo per rimanere affascinati dal genere umano. Fatto sta che le dissi che la trovavo orrenda, un mostro, e che speravo che un giorno qualcuno lo tirasse a lei, il piscio, per la pettinatura a ravanello che si era fatta.

Io amo stare alla stazione, in particolare quella di Montecatini, perchè vedere treni che passano mi rassicura; quindi è successo (e ancora succede) molto spesso che io abbia trascorso lo spacco pranzo seduta su una delle finestre moderniste a mangiarmi un panino e a bere un bicchiere di acqua gassata, guardando il treno che va a Lucca incrociare quello che va a Firenze, osservando come un’entomologa le persone che salivano e che scendevano, e anche rivolgendo parola a quegli altri scemi che, come me, stavano lì a fare nulla per decine di minuti.

Uno di questi giorni incontro la Gabriellona, che mi conosceva perchè aveva avuto un problema al ginocchio e mio padre l’aveva curata, e attacchiamo discorso. Mi chiede come mai una signorina perbene come me sta alla stazione a mangiare, e glielo spiego. Le chiedo come si chiama, se davvero Gabriella è il suo nome, e mi dice di no. Dice che l’aveva preso in prestito a Gabriella Ferri, e che si era tinta i capelli di biondo platino come lei, infatti. Sto zitta piena di domande e la Gabriellona mi dice “lo sai perchè fo questo mestiere?”. E io: “no”. “Perchè a una donna come me, gli ci vole un’ora di sesso sfrenato al giorno, se no muore”.

Non ho mai capito se donna come me voleva dire una donna di strada o una superdonna, ma la Gabriellona la rivedo ogni tanto, avrà cento anni, e continua ad essere uguale a sè stessa, brutta come poche, piena di rughe, sempre con la gonnellina, e mi si saluta. E non mi so nemmeno immaginare una vita come quella, come la sua, ma intanto lei un’ora di sesso sfrenato al giorno l’ha avuta da anni a questa parte. Io, invece, oggi ho imparato come settare il VoIP per raggiungere il mio cellulare e mandare i messaggi in segreteria via fax. E’ roba.