Voglio essere Gemma.

juanita

L’arte con cui la Gemma schiattava i polli aveva elementi di magia nera, chirurgia e filosofia in dosi identiche: non li inseguiva urlando, non aveva incertezze, sentiva il pollo morto prima di entrare nel pollaio e semplicemente lo andava ad accoppare. Si sedeva, con le mani gigantesche e deformate dall’artrite, alta come un armadio e con polpacci da calciatore, la scucchia e gli occhi azzurri sinceri e tondi, prendeva il collo e con un gesto propiziatorio, quasi, gli tirava il collo a morte.

Ci metteva in fila noi bambini, per farci capire quale era il movimento giusto, e giuro di non avere mai provato un secondo di pietà per l’animale: era troppa la sapienza che ci si parava davanti, nessuno di noi pensava al significato dell’atto; piuttosto, eravamo soggiogati dalla manualità, dalla sicurezza. Gemma non ci parlava, e ancora mi ricordo cosa dicevano i suoi occhi. Il pollo, per quanto questo sia non credibile, moriva felice. Dignitosamente emetteva un solo urlo forte e poi andava nel paradiso dei polli. A noi davano i pulcini, per curarli dentro la scatoline per i primi giorni della loro vita. Ci mettevo il cotone.

La misura della potenza della Gemma si otteneva dall’incontro con le altre vecchie, che la veneravano. Gli uomini – quando ancora diventavano uomini sui vent’anni – ne erano terrorizzati: quella era la suocera con cui non si scherza. Voglio dire, con tutto il (grande) rispetto per la civiltà in cui vivo, che la gestione emotiva della res familiare non era esattamente al centro dell’attenzione. Non era contemplata. Ricordo la vergogna, il silenzio: qualcuno aveva tradito, qualcuna si lamentava, il tutto doveva finire subito. Il tutto svanì in un pomeriggio di aspirine, pianto e caffè. La mia mamma consolava un’altra mamma.

Così, con la stessa semplicità con cui è giusto mettere fine a una tragedia con una risata, perchè non abbiamo tutto questo tempo, così stamani ho deciso di fare la pasta fatta in casa, di scottare i carciofi e di prendere il coraggio di metterci del limone. Dell’olio extra vergine. Di usare il sale grosso. L’ho sempre saputo che avrei saputo cucinare bene: ho goduto troppo in vita mia delle cose per non essere una brava cuoca. Ho messo gli argenti in tavola, i bicchieri in quantità, ho buttato nel sugo tutto quello che aveva un colore che andasse bene con il carciofo, compresi piccoli chicchi di uva senza nocciolini, un pochino di pepe per non irritare il palato, e ho deciso: torno ai contenuti senza forma, allo scontro. Senza lamenti.